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Via San Pietro, Viterbo, centro storico, Viterbo, la via la si può imboccare da via Cardinal Pietro La Fontaine, e da via San Pellegrino, via San Leonardo  via delle Fabbriche,e via di Porta Fiorita, che porta al quartiere di Pianoscarano,  in fondo c'è la Porta San Pietro, e sulla destra prima di uscire dalla porta. si va nella zona di Pianoscarano. Si può anche iniziare la visita di questa zona entrando da porta San Pietro, a destra si nota una fontanella e in alto sulle mura di cinta lo stemma della città di Viterbo, oltre ad altri. Qui si ammira il Palazzo dell'Abbazia di San Martino, edificato nel 1220, restaurato nel 1482 dal Cardinale Piccolomini. Nel 1647 divenne di proprietà di Donna Olimpia Pamphili ricevuto in dono da Papa Innocenzo X che era suo cognato. La facciata attuale di questo palazzo risale al 1899, dopo che fu ampliato L'Ospizio degli Esposti Umberto I, Proseguendo, sulla destra c'è il Monastero della Visitazione o della Duchessa, fondato nel 1553 da Girolama Orsini Duchessa di Castro, dell'Ordine di San Benedetta.  Sulla parte opposta c'è il Palazzo della Famiglia Atti, una famiglia che si estinse nella Casa Ciofi, qui vi è uno stemma gentilizio, che presenta due leoni poggiati su un palmizio. Da vedere anche la Chiesa di Santa Elisabetta, o Chiesa della Visitazione, precedentemente dedicata, intorno al 1142, a San Bartolomeo. All'interno si ammirano i soffitti con dei riquadri azzurri e argentati con definizioni in oro, al centro vi è il dipinto della Trinità con la Madonna e San Benedetto e San Bernardo, attribuiti al pittore viterbese Anton Angelo Falaschi, databile nel 1745, dipinto eseguito dopo il restauro di questa chiesa avvenuto nel 1730.  All'interno della chiesa, si ammira a destra il Martirio di San Bartolomeo, della pittrice romana Varchiani, segue La Vergine con il Bambino e San Bernardo del viterbese Bartolomeo Cavarozza. Qui in un'urna, sono conservati i resti di San Crescenziano Martire, che nel 1833 vennero portati qui dal Cimitero di San Callisto di Roma. In una cappella si trova il miracoloso Bambino di cera, che fu regalato da due coniugi romani a Suon Maria Benedetta Frey, rubato, venne ritrovato dopo 16 anni su un tetto.Una lapide testimonia la tomba di Suor Maria Benedetta, monaca professa Cistercense nata nel 1836 e morta nel 1913. La Santa passò 52 anni immobile al letto afflitta da atroci dolori, e nonostante questo, dal suo letto, confortava chiunque si rivolgesse a lei. Le si attribuiscono numerosi miracoli. E' in corso la causa di Beatificazione. A sinistra si trova il quadro della Visitazione di Marta Vergine opera del pittore viterbese Filippo Caparozzi (1588-1644). Segue la raffigurazione della Sacra Famiglia con angeli e Pio IX in preghiera.  Da ammirare il movimentato campanile barocco rivestito di intonaco giallo che sovrasta la chiesa. Sempre sulla via San Pietro, di fianco alla chiesa vi sono i resti del Palazzo Capocci, che presenta un grande arco murato e la sagoma di due ampie finestre bifore risalenti al '200, su via della Molinella nelle mura perimetrali del monastero vi sono altre tracce di questo antico palazzo che richiederebbe una importante opera di riqualificazione. Questo palazzo venne fatto edificare all'inizio del XIII secolo dal Cardinale Raniero Capocci, fu qui che dimorò L'Imperatore Federico II. Il palazzo fu danneggiato nel 1247, riparato dallo stesso Raniero, alla sua morte passò al nipote Pandolfo.In fondo alla via si apre la Porta San Pietro, da qui si ammira il palazzo di Donna Olimpia, sulla destra da via Porta Fiorita si va al quartiere Pianoscarano, di fronte alla porta San San Pietro, si ammira la Chiesa di San Pietro del Castagno. Lungo la via San Pietro si ammirano stemmi ed edicole sacre. All'inizio della via San Pietro c'è la sconsacrata e fatiscente chiesa di Sant'Orsola.

Ex Chiesa di Sant’Orsola, si trova all’inizio di via San Pietro, Viterbo, via ad elle,la si imbocca sia da via San Pellegrino che da via La Fontaine, si vede questa chiesa partendo da via La Fontaine e dirigendosi verso via San Pietro, è accanto ad un arco. La chiesa di Sant’Orsola, nel 1190 si chiamava Chiesa di San Giovanni in Pietra, e per ordine di Papa Innocenzo III dal 1207 fu soggetta all’Abbazia di San Martino al Cimino, e doveva pagare parte delle sue rendite alla Cattedrale di San Lorenzo. Nel 1562 la parrocchia fu ripartita tra le parrocchie di san Leonardo e di san Pellegrino ed  i beni furono assegnati alla Chiesa di santa Maria Nova. Poi, nel 1570 la Confraternita di sant’Orsola, proveniente dalla vicina ed oggi scomparsa ex Chiesa di san Pietro dell’Olmo, vi si trasferì, riedificò il tempio, ed impose il titolo di sant’Orsola. La missione di questa Confraternita era sia di dare una dote alle zitelle, che di educare ed assistere le ragazze povere. Attualmente questa chiesa è chiusa al pubblico e versa in un totale stato di abbandono. E pensare che un tempo era una delle 12 Collegiate più importanti di Viterbo. La sua importanza si deve al fatto che si trovava sul percorso obbligato dei pellegrini in visita al pontefice.  Questa chiesa aveva di proprietà  una casa per la comunità, un mulino ed un orto dove scorreva un piccolo torrente. I nomi delle vicine vie Via della Molinella e piazza del Fosso, testimoniano la presenza in questa zona di molini, una di queste mole, a via dell’Ortaccio, in granito è incastrata tra le pietre del muro. Nel 1562 la chiesa venne soppressa come parrocchia. Ma nonostante nel 1571 fosse stata ceduta alla comunità di Sant’Orsola, non se ne impedì la sua decadenza. Nella seconda metà del 1700 si cercò di restaurarla, ma cadde in rovina lo stesso, nonostante ai giorni nostri l’avesse presa in gestione l’Associazione del Frisigello, passata di nuovo al Comune di Viterbo oggi, (2021), è in uno stato anche di pericolo strutturale.

Torri alla Ex Chiesa di Sant'Orsola, scomparse, via San Pietro, Viterbo centro storico, nel punto in cui finisce via Cardinal La Fontaine ed inizia la via San Pietro, si vede un arco in conci di peperino  che poggia su due edifici, confina con la ex Chiesa di Sant'Orsola, in passato chiamata chiesa di San Giovanni in Pietra, qui c'era una torre non più individuabile seguita al numero civico 5 di via San Pietro da un'altra torre. Queste erano ai lati della chiesa, e sono ricordate dal 1212 secondo un rogito con il quale Brunaccio Pediscotti donava a Obizione di Azzone di Mannulo, i cui discendenti poi assumeranno il nome di Monaldeschi, due case con annesse torri.

Chiesa San Pietro del Castagno, Viterbo, è tra piazza San Pietro, via Salicicchia, via Vetralla, si vede di fronte alla porta San Pietro. Un lunga scalinata da accesso alla chiesa, sembra da documenti non accertati, che questa chiesa sia stata costruita per volere del Cardinale Raniero Capocci ed affidata ai cistercensi, ma in realtà un documento del 1268 ci dice che in origine questa chiesa era destinata ai frati saccati, vestiti con un sacco, chiamati anche Fratelli della Penitenza di Gesù, il cui ordine aveva delle regole estremamente rigide.  Già nel 1283 i frati Saccati erano andati via da Vitebo e Papa Martino IV affidò il complesso ai Benedettini, che seguivano la regola di Cluny. Nel '400 il convento fu governato da commissari secolari, tra questi, Troiolo Gatti fece costruire nel giardino una fonte. Papa Alessandro VI con una bolla del 1498  assegnò il complesso ai Frati Gerolimini del Beato Pietro da Pisa e nel 1825 vi si stabilirono i Frati della Penitenza, soppressi da Papa Pio XI nel 1933. Nel XVI secolo la chiesa venne interamente rifatta con il sostegno del Cardinale Riario e tra il 1621 e il 1622 il Cardinale Scipione Cobelluzzi fece ricostruire la facciata e la attuale scalinata, togliendo quindi l'impronta romanica che aveva in origine questa chiesa. All'inizio del '900 vennero effettuati altri restauri voluti dal benedettino Luka Linke, il quale ne mantenne la struttura architettonica. Oggi la chiesa è retta dai Padri Giuseppini del Murialdo che qui hanno istituito la sede dello Studentato Internazionale Teologico. La facciata della chiesa è a due ordini e sormontata da fiamme in pietra, ha delle lesene in peperino ornate nella parte superiore da figure di angeli. Sopra il portale si ricorda l'unione con la Basilica di San Giovanni in Laterano di Roma, del 1618, al centro sopra il timpano, si apre una grande finestra ed in alto c'è lo stemma di Cobelluzzi, e sopra il portale di ingresso, nella lunetta è una testa d’angelo con le ali. Sulla grande mensola centrale c'è l’iscrizione commemorativa della dedica della chiesa, datata 1622: Ad honorem b. principis apostolorum a. D. MDCXXII. La fiancata sinistra, posta su Via Vetralla, è evidenziata da alcuni contrafforti. Vi sono, inoltre, le tracce delle mura antiche con finestroni del secolo XIII e resti di archi. L'interno, la pianta dell’edificio è rettangolare con l’abside quadrata, il soffitto è a volta, presenta 3 cappelle, ad arco con mostre in peperino collegate tra di loro  su ciascun lato da passaggi interni. Il soffitto è a volta, le cui vele sono affrescati da dipinti del XVIII secolo, raffiguranti gli evangelisti. Nella prima cappella vi è una pala d'altare del XVIII secolo nella quale è dipinta l'immagine della Madonna con San Giuseppe, Gesù Bambino, Santa Elisabetta, San Zaccaria, e San Giovanni Battista bambino. Affreschi sono presenti nella terza cappella che decorano la volta, mentre sulle pareti vi è una Crocefissione, la Vergine incoronata dalla Santissima Trinità, la Decollazione di San Giovanni Battista anche queste opere del XVIII secolo. Ci sono inoltre in questa cappella, sopra l'altare in peperino con colonnine e fregi dipinti degli angeli che circondano la Madonna delle Grazie e un affresco in cornice del XVI secolo. Nei transetti di destra, in due grandi pannelli c'è un altorilievo dove sono raffigurati San Benedetto a colloquio con Santa Scolastica, San Mauro, San Benedetto, San Placido, che risalgono al '900. Della fine del XVI secolo è un grande dipinto della crocefissione di San Pietro, che si trova in fondo al presbiterio. A sinistra della cappella centrale vi è una moderna Pala d'Altare di San Leonardo Murialdo con operai e studenti, dipinta da Franco Verri. Nell'ultima cappella c'è un altare del settecento. L'organo presente nella cantoria è opera di Angelo Morettini e risale al 1834. Nella Sacrestia è presente una Pala d'Altare con la Madonna e San Crispino vescovo del XVIII secolo..La cupola è a volta ribassata e sostiene un cupolino, nelle vele sono affrescati gli Evangelisti, opera del XVII secolo, e nella chiave dell’arco in peperino, sopra alla navata, c'è lo stemma di Viterbo che poggia su una mensola caratterizzata da un cherubino, il tutto in peperino. Il campanile è a vela a due fornici sovrapposti con due campane e due archetti più in basso. La chiesa ha una lunga ed ampia scalinata in peperino, protetta da parapetti, che presentano scolpiti gli stemmi del cardinale Cobelluzzi, sovrastati da grandi sfere, sempre in peperino.

Chiesa e Monastero di Santa Maria della Visitazione o della Duchessa, via San Pietro, Viterbo centro storico, questa chiesa è nota anche come chiesa della Duchessa o delle Duchesse. Per l’edificazione di questa chiesa venne demolita la precedente chiesa di San Bartolomeo. La ex Chiesa di san Bartolomeo, viene menzionata per la prima volta in una Bolla del 3 Aprile 1142, era soggetta alla Cattedrale di San Lorenzo  (1181), in seguito, nel 1236, è detta parrocchia. In questa chiesa si celebrava la Festa di santa Lucia e di sant’Eligio da parte dei protetti, ossia gli argentieri, gli orafi, i calderai ed i fabbri di Viterbo.   L’attuale chiesa fu fondata nel 1500 dai Cistercensi. Verso il 1550 la duchessa di Parma e Piacenza Girolama Orsini Farnese, moglie del defunto Pier Luigi Farnese, duca di Castro e di Parma, venne a Viterbo per fondare, su licenza di Papa Paolo IV, un monastero di clausura, al fine di ospitare le monache dell’Ordine di san Benedetto. La duchessa, con il contributo finanziario del Comune di Toscanella,  oggi Tuscania,  acquistò case ed orti, compresa l’area occupata dall’antico Palazzo del cardinale Raniero Capocci, poi degli Spreca, confinante con la Chiesa di san Bartolomeo. Dell’antico palazzo sono rimaste solo due finestre a bifora, murate, sovrastanti un ampio arco, anch'esso murato. Successivamente alla Duchessa nel 1556 venne venduta l’acqua, già di pertinenza dell’Ospedale di san Sisto, e in quell’occasione fu eseguita una conduttura per l’uso del monastero. Papa Paolo IV, Carafa, il 1° Gennaio 1557 emise un Breve che autorizzava Girolama Orsini Farnese ad istituire il monastero, che prese il nome della Visitazione. Le prime converse che abitarono il cenobio furono venticinque, provenienti dal territorio di Castro, ma le suore Benedettine, per la conduzione del monastero, non si erano rese disponibili, allora vennero chiamate le monache Cistercensi dal Convento di san Donato in Polverosa a nord di Firenze, le quali vi presero sede il 31 Ottobre 1557 e tuttora lo detengono. Questo monastero ospitò fanciulle provenienti da nobili famiglie, pertanto la dotazione degli arredi era assai cospicua. Nel 1557 la Chiesa di san Bartolomeo perse il titolo di parrocchia e venne unita a quella di san Pellegrino ed è del 1558 la citazione del Monastero della Visitazione sotto il titolo di santa Elisabetta. Ma, pochi anni dopo, nel 1562, la duchessa decise di trasferire il monastero, venne allora manifestata una supplica verso la stessa, affinché rinunciasse a tale progetto. Nonostante ciò, il 26 Marzo 1566, per volontà della duchessa, venne chiuso il monastero e fu trasferito a Castro, ove rimase sino all’11 Luglio 1574, dopo di che  ritornò a Viterbo nella sede abbandonata. Nello stesso anno il cardinal de Gambara confermò l’unione della Parrocchia di san Bartolomeo a quella di san Pellegrino e concesse, per ampliare lo spazio disponibile, la chiusura del vicolo che passava tra il Monastero e la Chiesa di san Bartolomeo, acquistando anche alcune piccole case. Nel 1575 la chiesa era officiata dalla Confraternita dello Spirito santo e Trinità. Nel 1607  fu posta la prima pietra per la costruzione della attuale chiesa, fu deciso, infatti, di abbattere la vecchia Chiesa di san Bartolomeo per costruirne una più funzionale, la nuova fu dedicata alla Visitazione della beata Vergine Maria, anche il Comune di Viterbo contribuì alle spese. La chiesa fu chiamata anche della Duchessa a ricordo di  Girolama Orsini Farnese. La nuova chiesa venne consacrata nel 1614 dal cardinale Tiberio Muti, vescovo di Viterbo. La chiesa, a seguito di altri ed importanti lavori, nel 1730, fu consacrata di nuovo dal vescovo Adriano Sermattei. Altri interventi furono eseguiti negli anni 1867 - 1870 e nel 1877. Dopo l’Unità d’Italia, vi erano nella chiesa, un quadro della Visitazione posto sull’altare maggiore, un quadro con la Trinità, San Benedetto e San Bernardo sul soffitto di Anton Angelo Falaschi, creduti del Cavarozzi. Un altro quadro raffigurante il martirio di San Bartolomeo, della pittrice romana Varchiani. I pericoli di confisca da parte dello Stato Italiano,  vennero sospesi finchè fosse in vita Donna Benedetta Frey, la quale si attivò per ricevere elemosine e riscattare il Monastero, tra i donanti anche la Regina Margherita di Savoia, oltre ai viterbesi. Nel 1909 il monastero passò di proprietà alle monache di clausura. La facciata, è molto semplice, quasi priva di decorazioni, caratterizzata da lesene in peperino, termina a cuspide ed è ricca di festoni floreali e di gigli dei Farnese. Interessante è anche il portale d’ingresso in peperino, del secolo XVII, sul quale è un cherubino con la colomba, simbolo dello Spirito santo. In un ovale sull’alto sono, la scritta Visitationi / Virginis / deiparae e una finestra quadrata che si apre sopra ad un semiarco in peperino.  L’interno è ad una unica navata con 3 altari, uno per ogni lato, vi sono due piccole cappelle ai lati del presbiterio, un abside ed una volta a botte. Ci sono opere risalenti al 1700, altri dipinti sono all’interno del monastero di clausura. Presenta un soffitto a cassettoni ravvivato dai colori grigio, blu, rosso ed oro, con stucchi e dorature, eseguito tra il  1672 e il 1673 da Giovan Battista Magni di Modena; al centro è un quadro su tela raffigurante la Trinità con san Benedetto e san Bernardo, opera del concittadino Anton Angelo Falaschi, che Andrea Scriattoli data 1745, ma che più propriamente fu eseguita nel 1758. Vi sono anche stemmi di varie famiglie nobili, tra queste dei Chigi, della Rovere, dei Bussi, dei Farnese, degli Orsini, dei Mastai Ferretti (Pio IX), dei Brancaccio. Sopra all’ingresso è la cantoria in legno del ‘600 con gradevoli ornamenti e dorature, e la memoria su pietra della consacrazione della chiesa avvenuta nel 1614 da parte del vescovo Tiberio Muti. A destra, sul primo altare, è la pala con il Martirio di san Bartolomeo, copia dal Guercino eseguita nel 1774 dalla pittrice romana Annunziata Verchiani, la quale aveva qui una sorella suora. Oltre è un altro dipinto sull’Altare dei santi Bernardo e Benedetto con la Madonna ed il Bambino con san Benedetto e san Bernardo opera del 1758 - 1759 di Anton Angelo Falaschi (1701 - 1768), qualcuno lo attribuisce erroneamente al viterbese Bartolomeo Cavarozzi (1585 - 1650). Il Falaschi eseguì le due opere, sopra citate, con la condizione che il compenso, che lo stesso avrebbe dovuto ricevere dalle suore, doveva andare, quale dote, alla figlia Maddalena per il suo ingresso in monastero. Di seguito è l’urna con i resti del corpo di san Crescenziano martire, protettore di Viterbo, insieme a Santa Rosa, donati da papa Gregorio XVI. Dal 2001 si può ammirare la statua circondata tra vari ex voto d’argento appesi alle pareti. Il corpo del Santo giunse a Viterbo il 9 Settembre 1833 e, con una gran festa. L’altare a lui dedicato fu restaurato nel 1863 e in quell’occasione il corpo, fu ricollocato nell’urna. Nella parete di fondo sono due matronei, a destra è la cappella ove è conservato il Bambino di cera, appartenuto a suor Maria Benedetta Frey (1836 - 1913), ivi sepolta, come dice l’epigrafe marmorea murata sopra l’ingresso, in: In quest’edicola / ai piedi del Bambino Gesù / che tanto venerava ed amava / riposa nella pace eterna / donna Maria Benedetta / monaca professa cistercense / al secolo Penelope Frey / che per cinquantadue anni / giacendo inferma / pur fra gli spasimi del corpo dolorante ed inerte / fu esempio ammirabile eroico / di pietà di carità / di rassegnazione cristiana / nacque in Roma il 6 Marzo 1836 / morì in Viterbo / onorata e rimpianta / il 10 Maggio 1913.  L’altare di questa cappella conserva la miracolosa immagine del Bambino Gesù, che è una statua in cera, risalente al XVIII secolo, verso la quale la Frey era molto devota.  Le fu donata da certi coniugi romani, e si racconta che la statua era stata loro rubata per depredarla dei preziosi che l’ornavano. Miracolo volle che la stessa, dopo addirittura sedici anni, fosse ritrovata sul tetto della casa dove era stata rubata, senza aver subito alcun danno. Più in alto c’è lo stemma del  vescovo di Viterbo, cardinale Luigi Serafini (1870 - 1880). Sull’altare maggiore  vi è un bel Crocifisso seicentesco. Ancora più in alto è un grande stemma: partito, dorato, al 1° interziato in palo, è lo stemma dei Farnese, ed al 2° partito è, al 1°, lo stemma Orsini ed al 2° un leone rampante. Per la Festa dell’Ascensione nel monastero fu costruita una scala apposita. Subito dopo l’altare maggiore vi è un ingresso con sopra l’epigrafe del 1661 che ricorda Maura Giacinta Bussi, sopra l’epigrafe è lo stemma: semispaccato e partito, con il monte dalle sei cime sormontato da una stella di otto raggi (Chigi) la rovere sradicata con i rami passanti in doppia croce di sant’Andrea (della Rovere) ed infine con gli occhi (Bussi). Sulla parete seguente è sull’altare il bel quadro riproducente la Visitazione di Maria Vergine a santa Elisabetta, opera attribuita al viterbese Filippo Caparozzi. Sull’altare vi è un’ altra tela con la Sacra Famiglia con angeli in gloria e Pio IX con il Bambino, sostenuto da san Giuseppe, e con a sinistra la Madonna, in basso è Papa Pio IX orante. Ai lati 8 piccoli quadri, che rappresentano momenti della vita di san Giuseppe. Sull’altare  verso l’ingresso, c’è la statua di santa Teresa del Bambin Gesù. Sopra la porta di ingresso alla chiesa c’è anche un organo con gli stemmi dei Farnese, i gigli, e dei Muti.Il chiostro presenta, infatti delle snelle colonne anteposte a pilastri con pianta quadrata. Sovrasta il tutto un ampio balcone con il parapetto a colonnine in peperino. Nel chiostro del Convento della Visitazione c’è anche una fontana della seconda metà del XVI secolo. La vasca circolare con parapetto assai basso, una ventina di centimetri circa, con largo bordo piatto cordonato nella circonferenza interna, è circondata da un gradino decagonale. Un balaustro centrale sostiene una coppa baccellata da cui fuoriusciva acqua da quattro bocchettoni a forma di stella ad otto raggi. Protetta dal portico è scolpita Benedetta Frey sul letto di morte, opera in peperino del 1913 di Luigi Anselmi. Il monastero non è aperto al pubblico per il vincolo della clausura, in esso è il quadro san Michele arcangelo, santa Sabina e san Lorenzo di Anton Angelo Falaschi (1701 - 1768). Nel refettorio del monastero è un affresco raffigurante l’Ultima cena, opera di Anton Angelo Falaschi.

Palazzo di Donna Olimpia, via San Pietro,Viterbo, in origine questo palazzo era noto come Palazzo dell'Abate, ed apparteneva ai frati Cistercensi di San Martino al Cimino,lo si ricorda anche come palazzo di Donna Olimpia, perchè nel 1654 fu donato a Donna Olimpia Maidalchini Pamphili dal Papa Innocenzo X Pamphlili, alla moglie di suo fratello.Donna Olimpia oltre a diventare proprietaria di questo palazzo acquisì anche la signoria di San Martino al Cimino, con l'investitura ed il titolo di Principessa. Donna Olimpia era nata a Viterbo nel 1594, da una famiglia numerosa, fuggì dal convento nel quale era stata messa, .Dopo la morte del primo marito il viterbese Paolo Nini, sposò in seconde nozze Panfilio Pamphili fratello di Papa Innocenzo X,dal quale ottenne numerosi benefici. La struttura del Palazzo risale al 1200, è merlata, con sovrapposizioni rinascimentali volute dal Cardinale Francesco Piccolomini, divenuto Papa nel 1503 con il nome di Papa Pio III, e che fu anche commendatore dell'Abbazia di San Martino, il quale pose nelle lune gli stemmi di famiglia, le finestre sono riquadrate con mensole e cornici. L'originario fabbricato è affiancato da una costruzione ottocentesca, che fu la sede di un Befotrofio, che su progetto dell'architetto viterbese Enrico Calandrelli , nel 1899, ricreò porte e finestre secondo l'originario modello, che si aprono tra la porta e il suo antemurale.

Fontana del Cardinale Piccolomini, via San Pietro Viterbo, addossata al muro dell'ex brefotrofio, oggi versa in uno stato di totale abbandono, anno 2021. La testata è suddivisa in tre parti sovrapposte qui c'era un bocchetone con sopra tre lune, simpolo della famiglia PiccolominiIni, in origine c'era una vasca rettangolar, che oggi non esiste più. Questa fontana venne fatta costruire nel 1463 dal Cardinale Francesco Todeschini Piccolomini, che fu Papa con il nome di Pio III, il quale restaurò il Palazzo dell'Abate risalente al XIII secolo, edificato dai frati Cistercensi di San Martino al Cimino. Nel XVII secolo, il palazzo divenne di proprietà di Donna Olimpia Maidalchini. Dal 1899 fu la sede dell'Amministrazione del Befotrofio.

Porta San Pietro o Salicicchia, via San Pietro,Viterbo, è una delle porte più antiche della città, risale al XII secolo,deriva il nome dalla Chiesa posta di fronte di San Pietro del Castagno, fondata nel 1240 dal Cardinale Raniero Capocci,  già chiamata porta Salicicchia forse come corruzione del termine silices cioè i selci con i quali era pavimentata la strada, o perché conduceva al non distante castello di Salce. Addossato alla porta troviamo il palazzo dell'Abate di San Martino, che deve il suo nome al fatto che appartenne ai monaci cistercensi di San Martino al Cimino e usato nei mesi invernali quando al convento, situato in montagna, faceva troppo freddo, il palazzo è divenuto poi nel ‘600 il palazzo di Donna Olimpia Maidalchini Pamphili.  Su questa porta campeggia lo stemma della città di Viterbo, il leone, questa porta è ben conservata e prende il nome dalla vicina chiesa di San Pietro del Castagno. La porta ed il palazzo hanno subito nei secoli vari adattamenti ed utilizzi, fino a diventare il palazzo un Brefotrofio fino alla seconda metà del secolo sorso. Nel 1200 il comune di Viterbo, dopo una sconfitta di Roma dovette cedere a quest’ultima la campana, la catena e la chiave di questa porta. Sotto l’arco si nota un affresco a tema religioso del XVII secolo. Di fronte alla porta sul muro del palazzo si nota la mostra di una antica fontana fatta costruire dal cardinale Francesco Todeschini Piccolomini, che divenne pontefice con il nome di papa Pio III e che regnò solo 26 giorni dal 22 settembre al 18 ottobre del 1503. Una modesta fontana a vasca rettangolare è all’esterno alla destra della porta di San Pietro. La porta è bassa e stretta e conserva la sua forma primitiva, è sovrastata da intatte merlature, dotate di feritoie per la difesa dagli attacchi nemici, sul lato esterno a via San Pietro si ammira il bassorilievo che raffigura il Leone di Viterbo con la picca al posto della palma, simbolo di Ferento, assunta la palma dopo la distruzione di Ferento da parte dei viterbesi nel 1172. Nel XII secolo la porta venne più volte chiusa per impedire l'accesso agli invasori romani che volevano impadronirsi della città, e per via della peste. Nel 1630 venne murata. Nel 1714 su riaperta per volere dei frati di San Pietro del Castagno. Subito dopo la porta c'è la fontana voluta nel 1463 dal Cardinale Francesco Todeschini Piccolomini, divenuto Papa con il nome di Pio III. A sinistra c' un angelo con un cartiglio "Civitatem protege Tuam".

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