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STORIA DI VITERBO

Storia di Viterbo: il nucleo iniziale di Viterbo, abitata fin dal neolitico, si sviluppò alla confluenza del torrente Urcionio o Urciomo con il fosso Mazzetta, questo piccolo vicus o borgo si chiamò Surrena o Surrina, ma non figura tra le importanti città regno Etrusche che si confederarono per combattere contro lo strapotere di Roma. Vi furono  lotte tra i latini e gli etruschi, alcuni re di Roma furono etruschi, ma alla fine fu Roma che vinse, nel 428 a C. cadde Fidene, nel 396 a.C. Veio, nel 395 a.C. Capena, nel 351 a.C. Tarquinia, nel 322 a.C. Roma vinse i Sanniti e nel 310 a.C. anche Surrena venne conquistata e prese il nome di vicus Elbii.  Di etrusco la città di Viterbo conserva dei ruderi di mura monumentali visibili sulla via San Lorenzo nei pressi della omonima cattedrale. La zona archeologica etrusca di Viterbo è al di fuori della città, a Ferento e a Castel d’Asso, anche se nell’attuale colle di Riello sono stati scoperti degli insediamenti etruschi, tra questi una necropoli che va dal Lazzaretto fino al Bullicame con tombe risalenti al VI e al IV secolo a.C. Viterbo dalla fine del VII secolo prese il nome di Castrum Viterbi. città della Tuscia meridionale, si hanno tracce di antichi insediamenti che ne testimoniano la presenza di Italioti sull'area dove poi sorgerà l’attuale Viterbo: esempi di tale occupazione sono dati, per il periodo neolitico ed eneolitico, dalle tombe del Rinaldone l'attuale Bagnaccio e nei dintorni di Ferento. Nel luogo dove oggi sorgono il Duomo ed il Palazzo Papale esisteva, già nel periodo etrusco, un centro fortificato detto “castrum” che acquistò maggiore importanza dopo l'occupazione romana dalla metà del III sec. con l'apertura della strada consolare Cassia. L’esistenza di Viterbo è provata fin dalla fine del sec. VII come "Castrum Viterbii", secondo un anonimo geografo ravennate, ma le sue  origini si possono far risalire ben più indietro, dove sorgeva un probabile "Vicus Elbii" romano e ancora precedentemente uno stanziamento etrusco di nome "Surren ". Ma per il periodo etrusco, ad eccezione di un pezzo di muro costruito con grossi blocchi di pietra squadrata, identificato come fondamenta di un ponte che permetteva l'accesso al castrum, conosciuto col nome di Necrolite di Brocchi, e di qualche tomba isolata nel territorio circostante, non vi è esistenza di un vero e proprio vicus. Dell'esistenza di una tetrapoli etrusca, racchiusa nella parola F.A.V.L., che ha dato origine alla città di Viterbo così come volevano credere i cronisti quattrocenteschi, non vi è traccia. L'ipotesi che quattro quartieri, Fano, Arbano, Vetulonia, Longola, disposti a croce fossero stati il primo nucleo abitativo della città è stata confutata dagli storici locali, che videro in essa un criptogramma dal doppio senso: l'acronimo fissava le presenze di quattro centri etruschi, Ferento, Axia, Urcla e Lucerna (o Muserna), periferici alla zona abitata nel raggio di sei miglia, avamposti insuperabili oltre i quali non era permesso risiedere, secondo la Legge Sacra. Inoltre lo stesso acronimo indica la sintesi abbreviata di Fano (FA) e di Voltumna (VL) per indicare le quattro vie disposte a croce, come nello scudo insito nello stemma di Viterbo, che portavano al Bosco Sacro, punto d'incontro delle stirpi etrusche. In epoca romana il castrum, presumendo l'esistenza di un tempio dedicato ad Ercole, prese il nome di Castrum Herculis, toponimo che rimase fino all'inizio del periodo Medievale, del cui culto vi sono testimonianze sul territorio. Le prime notizie certe sulla città risalgono comunque alla metà del VIII sec. ed attestano l'esistenza del castrum Biterbi come confine meridionale della Tuscia Longobarda. La storia della città di Viterbo, posta sulla via che a nord conduceva a Roma, si sviluppa nel Medioevo, ed è nell’XI secolo che la città cominciò ad acquistare importanza per l'inurbamento della popolazione campagnola, tanto che alla fine di tale secolo si fa risalire il suo primo ordinamento comunale. Viterbo continuò a progredire attraverso le guerre con i comuni vicini. Nel 1172 si ha la distruzione di Ferento; nel 1177 ottenne vari privilegi da Federico Barbarossa e nel 1192 ottenne la sede vescovile, divenendo quindi la principale città della Tuscia romana. Nel secolo successivo, le lotte fra le fazioni dei Gatti, guelfi, e Tignosi, ghibellini, portarono al predominio, contrastato, di Federico II sulla città (1240-1250), ma alla morte dell'imperatore Viterbo tornò stabilmente alla parte guelfa e nel 1251 ne vennero codificati gli statuti cittadini. Nel 1257 si rifugò a Viterbo, seguendo l'esempio sporadico dei suoi predecessori, Alessandro IV in lotta con Manfredi, e da allora la sede papale vi risiedette fino al 1281, svolgendovi tutte le sue attività. Questo fu il periodo di maggior sviluppo e floridezza della città, che con il ritorno della sede a Roma cominciò a decadere. Nel sec. XIV, dopo un periodo di signoria dei prefetti di Vico, Viterbo fu ricondotta all'obbedienza della Chiesa dal cardinale Albornoz nel 1357. Vi fu un lungo periodo di lotte tra i romani e i longobardi,  tra Desiderio e il papa Adriano I, e fu proprio il papa Adriano I a chiamare in suo aiuto Carlo Magno il quale nel 787 cedette Viterbo all’impero Papale, oltre ad Orvieto ed altri territori. Viterbo venne cinta di mura nel 1095, in questa data si ebbe il suo primo ordinamento comunale, ed iniziò il periodo di conquista dei territori circostanti. Nel 1145 ospitò per la prima volta un Papa, papa Eugenio II, un tale Pier Bernardo della famiglia Paganelli di Montemagno nei pressi di Pisa. Era un cistercense che le sommosse popolari costrinsero per tre volte a fuggire da Roma. Il papa affidò al suo maestro Bernardo di Chiaravalle la predicazione della Santa Crociata. Continuarono le lotte tra imperatori e comuni alleati del papato, Viterbo nel 1167 ottenne privilegi ed il titolo di città. Nel 1172 Viterbo vinse la guerra contro Ferento, la rase al suolo e portò i suoi abitanti in città. Nel 1176 dopo la battaglia di Legnano, l’imperatore riconobbe la libertà dei comuni. Nel 1192 Viterbo venne elevata a sede vescovile, diventando la principale città della Tuscia romana. Nel 1207 papa Innocenzo III si rifugiò a Viterbo. Oltre alle lotte esterne tra papi e imperatori, vi furono anche lotte intestine alla città tra i guelfi della famiglia Gatti e i ghibellini della famiglia dei Tignosi. Nel 1210 Viterbo resistette all’assedio dell’Imperatore Ottone IV, ma nel 1240 venne occupata dall’imperatore Federico II, il quale lasciò qui un suo presidio militare. Tre anni dopo, dopo feroci combattimenti, Viterbo tornò di nuovo ad essere possedimento papale. L’imperatore Federico II che era anche re di Sicilia, venne scomunicato e deposto con il Concilio di Lione del 1245, lottò fino alla fine contro la cristianità, finchè non venne sconfitto a Parma, morì in Puglia nel 1250. Fu in questo periodo che nacque Santa Rosa che morì a 17 anni appena compiuti, nacque il 6 marzo del 1252 e morì il 6 marzo del 1235. Fu canonizzata e fatta Santa, il processo di santificazione fu lunghissimo. Fu proclamata santa in quanto fin dall’età di 7 anni aveva manifestato il desiderio di entrare nelle clarisse, ma la sua richiesta non venne accolta a causa della fragilità della sua salute, guarita miracolosamente divenne terziaria francescana. Predicava la penitenza e combatteva gli eretici e l’imperatore. Venne esiliata con tutta la poverissima famiglia a Soriano, poi a Vitorchiano, e fu qui che avvenne il secondo miracolo, restò incolume tra le fiamme di un incendio. L’epoca d’oro di Viterbo si ebbe nel XIII secolo, quando il papa Alessandro IV di Anagni, Rainalo dei conti di Segni, fu obbligato a rifugiarsi nel 1257 a Viterbo, fu papa dal 1254 al 1261. A Viterbo venne eletto il suo successore, papa Urbano IV, un francese, che regno dal 1261 al 1264, durante il suo pontificato ebbe inizio la guerra tra Manfredi re di Sicilia e Carlo d’Angiò, nel 1266 Manfredi venne sconfitto ed ucciso. Nel 1266 venne eletto il nuovo papa, Clemente IV, che regnò tra il 1265 e il 268, anche lui francese, il quale si insediò nel nuovo palazzo papale appena edificato a piazza San Lorenzo. Alla sua morte, la sede papale rimase vacante per 2 anni e 10 mesi, a seguito di ciò, vi furono molti disordini, ed alla fine i viterbesi, guidati da Raniero Gatti, sostenuti da San Bonaventura, decisero di scoperchiare il tetto del palazzo papale, rinchiusero dentro e a chiave i cardinali, li ridussero a pane e acqua, al fine di costringerli ad eleggere il pontefice al più presto. Alla fine venne eletto papa Tebaldo Visconti, un piacentino, che in quel momento era in pellegrinaggio in terra Santa al seguito del principe Edoardo di Galles, prese il nome di papa Gregorio X, regnò dal 1271 al 1276, indisse il Concilio di Lione, bandì una nuova crociata, e con il decreto Ubi periculum sancì ufficialmente le regole del Conclave, arrivate ed applicate fino ad oggi, per la elezione del papa “cum clave” chiusi a chiave. Il suo successore fu papa Innocenzo V, regnò nel 1276, un domenicano della Savoia, gli succedette papa Adriano V, genovese, ma regnò per appena un mese. Venne quindi eletto papa Giovanni XXI, un portoghese, che cercò di organizzare una nuova crociata, tentò anche di riunire le chiese di Roma e di Grecia, morì il 20 maggio del 1277. Come suo successore venne eletto il romano Giovanni Gaetano Orsini con il nome di  papa Niccolò III, che regnò dal 1277 al 1280, il quale tentò di annullare l’influenza di Carlo D’Angiò in Toscana e a Roma, riuscì ad ottenere da Rodolfo d’Asburgo la cessione dei diritti imperiali su Marche e Romagna. Nel 1281 venne eletto papa Martino IV, anche lui francese, il quale riportò la sede papale a Roma. Dopo il periodo Avignonese dal 1309 al 1367 la sede fu Roma. A Viterbo continuarono le lotte intestine tra i Gatti ed i Vico. Silvestro Gatti, figlio di Raniero Gatti, nel 1318 fu eletto difensore di Viterbo, incarico confermato dal papa Giovanni XXII, che mal sopportava Manfredo di Vico, che nel 1325 diventò signore di Viterbo, tolse Montegiove agli orvietani, la saccheggiò, ma morì assassinato nel 1328. I prefetti di Vico, erano una famiglia molto potente, che per quattro secoli spadroneggiarono nella Tuscia, Giovanni III dei Vico si impadronì di Viterbo, di Vetralla, di Corneto, di Montefiascone, di Bolsena, sottraendo territori che appartenevano al papato, che in quel periodo si trovavano ad Avignone. Albornoz ingaggiò una lotta contro i Vico, per ristabilire il predominio della Chiesa, il figlio di Giovanni III Vico, Francesco, perse Viterbo e venne ucciso nel 1387. Poi nel 1435 il cardinale Giovanni Vitelleschi  fece decapitare l’ultimo discendente dei Vico, Giacomo II e cosi i diritti del papato vennero definitivamente ristabiliti. Continuarono però le lotte fratricide e alla fine prevalse la famiglia Gatti. Poi nel 1498 si estinse anche questa famiglia. Nel 1536, fu papa Paolo III, Alessandro Farnese, al soglio pontificio dal 1534 al 1549, che con le sue riforme, pacificò Viterbo. Conferì speciali privilegi alla città, fece erigere numerosi edifici ed istituì l’Ordine dei Cavalieri del Giglio a difesa del patrimonio di San Pietro in Tuscia e Viterbo ne divenne la capitale. Papa Paolo III nel 1542 aggiunse, come nuovo tribunale ecclesiastico, l’Inquisizione Romana a quelle preesistenti : la Santa Inquisizione ideata da papa Lucio III nel 1183 e l’Inquisizione Spagnola istituita da Papa Sisto IV. Per tre secoli a Viterbo regnò la pace, e solo nel 1860 i viterbesi insorsero contro il papato chiedendo l’annessione al regno d’Italia. Ma l’imperatore Napoleone III si oppose, e solo il 2 settembre del 1870 le truppe italiane entrarono a Viterbo. Viterbo il 1° gennaio 1927 divenne capoluogo di provincia. Durante la Seconda Guerra Mondiale Viterbo subì molti bombardamenti, nel 1943 gran parte della popolazione venne evacuata, il 30% degli edifici vennero danneggiati, tra questi il Duomo, la chiesa di San Francesco, la chiesa di San Giovanni in Zoccoli, la chiesa di San Sisto, la chiesa di Santa Maria della Verità,  la Rocca, la porta Fiorentina, il palazzetto Pocci e molti altri edifici storici. Tutto venne restaurato, e Viterbo è oggi una delle più belle città medioevali d’Italia. Da ricordare che nel periodo papale, nessun papa fu viterbese, quattro italiani, ma nessuno di Viterbo.

VITERBO E GLI ETRUSCHI

Etruschi e Viterbo: l’Etruria, zona dell’Italia centrale, compresa tra l’Arno e il Tevere, ha origini molto antiche, e sembra che intorno all’VIII secolo a.C. vi si siano insediati nell’Alto Lazio gli Etruschi. Questa civiltà si diffuse molto prima che Roma, la città eterna, diventasse la grande potenza economica e militare che fu, poi, il terrore del popolo etrusco. La definizione di Etruschi deriva dai Greci che, sembra, definissero gli Etruschi il popolo delle torri, infatti attraverso una definizione indoeuropea "tir" o "tur" ci si ricollega al latino Tyrrhenus e Tuscus. Secondo alcuni studiosi gli Etruschi arrivarono sulle coste del Tirreno dalla Lidia intorno al XIII sec. a.C. e ben presto, grazie all'indole aristocratica di potenti famiglie che andavano via via a formarsi, si estesero oltre la vasta area che oggi è identificata come Etruria, fino a raggiungere la Pianura Padana, dove il dominio ed il potere era sotto ai Galli, e a sud fino a Cuma in Campania, dove i Greci erano da secoli potenti coloni.  Lazio, Toscana ed Umbria si contendono a vario titolo l’eredità storica, culturale e antropologica di un popolo, tra i più misteriosi ed affascinanti dell’antichità. L'Alto Lazio, fu, grazie alla sua particolare morfologia, solcato da profonde forre tufacee, che sono rilievi collinari di modesta altezza, 50/60 mt, con assenza di cime, percorse da fiumi e torrenti, un territorio molto ambito dagli Etruschi. Già settecento anni prima della nascita di Cristo si sviluppò una civiltà alquanto florida e in continua espansione; il centro della Confederazione etrusca. Gli Etruschi vennero insidiati dai Romani già dal IV sec. a.C., quando conquistarono il limite invalicabile di Veio, e vennero perseguitati fino al III sec. a.C. E' incredibile se si pensa che tra i primi re di Roma vi fossero proprio degli Etruschi; Servio Tullio, il re che diede a Roma le sue leggi costitutive, nacque a Vulci. Conquistata Veio, nel 396 a.C., i Romani si spinsero alla conquista dell'Etruria, arrivarono a Nepi, Sutri, ma solo più tardi si avventurarono oltre la paurosa Selva Cimina, la fitta ed impenetrabile macchia dei monti Cimini, per inseguire gli Etruschi e si affacciarono per la prima volta sulla grande piana che da Viterbo si estende verso la Maremma. Tarquinia fu conquistata nel 307 a.C. e nel 280 a.C. fu la volta della grande Vulci. Inizia qui il vero grande, inesorabile declino degli Eruschi. Durante i secoli fu fatta opera di ricerca delle tombe etrusche, molte devastate dai tombaroli, altre aperte da archeologi e i preziosi reperti vennero disseminati nei musei di tutto il mondo.

Storia Etrusca di Viterbo: città della Tuscia meridionale, si hanno tracce di antichi insediamenti che ne testimoniano la presenza di Italioti sull'area dove poi sorgerà l’attuale Viterbo: esempi di tale occupazione sono dati, per il periodo neolitico ed eneolitico, dalle tombe del Rinaldone l'attuale Bagnaccio e nei dintorni di Ferento. Nel luogo dove oggi sorgono il Duomo ed il Palazzo Papale esisteva, già nel periodo etrusco, un centro fortificato detto “castrum” che acquistò maggiore importanza dopo l'occupazione romana dalla metà del III sec. con l'apertura della strada consolare Cassia. L’esistenza di Viterbo è provata fin dalla fine del sec. VII come "Castrum Viterbii", secondo un anonimo geografo ravennate, ma le sue origini si possono far risalire ben più indietro, dove sorgeva un probabile "Vicus Elbii" romano e ancora precedentemente uno stanziamento etrusco di nome "Surren", Surina o Surna. Questa antica città Surina o Surna, derivò il suo nome dalle sorgenti termali che gli etruschi attribuivano al dio sotterraneo Suri e che si trovavano presso l’attuale sito termale del Bullicame. Surina apparteneva alla lucumonia, città-stato, di Tarquinia, controllava e difendeva il territorio dalle pretese dell’altra grande città di Velzna oggi Orvieto e da Ferento Acquarossa. Nel VI secolo a.C. vi fu una sanguinosa guerra tra Surina e Ferento, per la conquista dei giacimenti di ferro, alla fine, Ferento venne distrutta e rasa al suolo, rimase disabitata per 200 anni e venne ricostruita, nella seconda metà del IV secolo a.C. la nuova Ferentium non nello stesso luogo dove era prima ma su una collina parallela. Surina ebbe il suo apice tra il IV e il V secolo a.C. e nel VI secolo a.C. sotto l’influenza greca si diffonde e si sviluppa il culto di Ercole. Nel 310 a.C. si ebbe la sconfitta di Tarquinia da parte dei romani, e nel 308 a.C. anche Surina entra nell’orbita romana. Nel 150 a.C. venne costruita la Cassia. Ma per il periodo etrusco, ad eccezione di un pezzo di muro costruito con grossi blocchi di pietra squadrata, identificato come fondamenta di un ponte che permetteva l'accesso al castrum, conosciuto col nome di Necrolite di Brocchi, e di qualche tomba isolata nel territorio circostante, non vi è esistenza a Viterbo di un vero e proprio vicus. Dell'esistenza di una tetrapoli etrusca, racchiusa nella parola F.A.V.L., che ha dato origine alla città di Viterbo così come volevano credere i cronisti quattrocenteschi, non vi è traccia. L'ipotesi che quattro quartieri, Fano, Arbano, Vetulonia, Longola, disposti a croce fossero stati il primo nucleo abitativo della città è stata confutata dagli storici locali, che videro in essa un criptogramma dal doppio senso: l'acronimo fissava le presenze di quattro centri etruschi, Ferento, Axia, Urcla e Lucerna (o Muserna), periferici alla zona abitata nel raggio di sei miglia, avamposti insuperabili oltre i quali non era permesso risiedere, secondo la Legge Sacra. Inoltre lo stesso acronimo indica la sintesi abbreviata di Fano (FA) e di Voltumna (VL) per indicare le quattro vie disposte a croce, come nello scudo insito nello stemma di Viterbo, che portavano al Bosco Sacro, punto d'incontro delle stirpi etrusche. In epoca romana il castrum, presumendo l'esistenza di un tempio dedicato ad Ercole, prese il nome di Castrum Herculis, toponimo che rimase fino all'inizio del periodo Medievale, del cui culto vi sono testimonianze sul territorio. Nel centro storico di Viterbo, ci sono solo pochi tratti di mura, probabilmente di costruzione etrusca, esistenti presso la Piazza del Duomo, queste sono l'unica testimonianza del periodo più antico della città. Infatti, nella zona volsiniese e cimina non si ebbero grandi insediamenti etruschi, ma solo una serie di cittadelle di piccole e medie dimensioni, che poi entrarono nell’orbita delle città più importanti che furono Tarquina, Vulci ed Orvieto. Nel 310 a.C. con la conquista romana si ebbe la riorganizzazione del territorio specie nella zona dell’Etruria meridionale, vi fu il progressivo declino degli antichi centri etruschi e la nascita di nuovi centri abitati, come Viterbo, che grazie alla presenza della antica via Cassia, seppero affermarsi in età medioevale.

Resti di insediamenti etruschi nei dintorni di Viterbo:

·         Montalto di Castro (Vt) nell’Area della città etrusco-romana di Vulci, ingresso libero.

·         Tarquinia (Vt) da vedere il Museo Archeologico Nazionale Palazzo Vitelleschi a Piazza Cavour, e la Necropoli di Monterozzi e Civita-Ara della Regina visibile da fuori.

·         Tuscania (Vt), da visitare il Museo Nazionale Archeologico ex Convento di S. Maria del Riposo, a Piazza del Riposo, l’Area archeologica Madonna dell'Olivo, che è visitabile su richiesta.

·         Vetralla (Vt) da visitare l’Area archeologica di Grotta Porcina, liberamente accessibile,

·         Norchia, la Necropoli rupestre di Norchia, liberamente accessibile ( si trova tra Vetralla e Monte Romano).

·         Viterbo, da vedere il  Museo Archeologico Rocca Albornoz a Piazza della Rocca.

·         Castel D’asso, vedere anche la Necropoli rupestre di Castel d'Asso Liberamente accessibile (dalla stradaTuscanese).

·         Barbarano Romano (Vt) si può vedere la Necropoli rupestre di San Giuliano, nel Parco Suburbano di Marturanum, è liberamente accessibile.

·         Blera (Vt), si possono visitare le Necropoli rupestri di San Giovenale e Terrone, liberamente accessibili (al bivio di Cura di Vetralla, lungo la Braccianense, Barbarano).

·         Canino (Vt), si trova Museo Archeologico di Vulci località.Vulci Castello del'Abbadia, e la    Tomba Francois Località Vulci, visitabile su richiesta.

LEGGENDE DI VITERBO

Frate Francesco d'Andrea:  Cronaca viterbese, secondo frate Francesco d'Andrea, le origini di Viterbo prenderebbero l'avvio da un certo Corinto, figlio di Iafet figlio di Noè, il quale giunse in Etruria in tempi antichissimi con i suoi parenti, uno dei quali, Tusco (evidente eroe eponimo degli Etruschi) fondò città e altari nella regione di Arezzo; altri due suoi parenti, i fratelli  Italon e Savio, scendendo in quello che ai tempi del cronista era il  «Patrimonio di Viterbo», vi avrebbe fondato due città, Surrena e Muserna, la prima delle quali innalzata nei pressi del Bullicame, le sorgenti sulfuree sparse nelle campagne a nord-ovest della città - ricordate anche da Dante -, che già in epoca romana erano un rinomato centro termale. I nomi di queste due città, che nel racconto di Andrea si sarebbero distrutte a vicenda combattendo tra loro, sono evidentemente etruschi, segno che alcune delle tradizioni a cui il cronista attinse erano di grande antichità.

Leggenda sull’origine della Città di Viterbo, Frate Francesco D’Andrea, ipotizzò la città di Ercole sul colle del Duomo. Il Frate Francesco d’Andrea, narra in Cronaca Viterbese, come Iafet, figlio di Noè, lasciati i monti dell'Ararat, dove si era posata l'Arca, si recò in Inghilterra dove fondò Londra ed altre città. I suoi figli, dopo essersi sparsi per le terre circostanti, scesero infine in Italia costruendo vari castelli e città. Tra questi vi era un certo Corinto, che alcuni dicono figlio di Iafet, la cui moglie Elettra aveva fama di essere saggia quanto bella. Suo fratello Tusco fondò la città di Arezzo, dove istituì molti altari; altri due suoi parenti, i fratelli Italon e Savio, scesero a sud del lago di Bolsena e lì, in una zona dove si trovavano abbondanti sorgenti sulfuree, fondarono due città: la prima chiamata Surrena, nei pressi del Bullicame e l'altra chiamata Muserna.  A nord-ovest della città vi erano lsorgenti sulfuree, ricordate anche da Dante, e che in epoca romana erano un rinomato centro termale. I nomi di queste due città, che nel racconto di Andrea si sarebbero distrutte a vicenda combattendo tra loro, sono evidentemente etrusche, segno che alcune delle tradizioni a cui il cronista attinse erano di grande antichità. Le due città di Surrena e Muserna divennero ben presto ricche e popolose, si combatterono e si distrussero a vicenda. In seguito capitò in quel paese un valente eroe chiamato Ercole, conducendo i buoi che aveva rubato a Gerione. Vedendo il bel paese devastato dalla guerra e le terre disfatte, egli edificò un castello, che venne chiamato Castrum Herculi, e gli donò, quale simbolo, il leone la cui pelle egli usava come mantello. In questo luogo, alla confluenza dei fiumi Urcionio e Paradosso, sorse la città chiamata Etruria Urbs, composta inizialmente da quattro castelli: Fanum, Arbanum, Vetulonia e Longula. (Altri dicono che fu Noè stesso che, sotto il nome di Enotrio o di Giano bifronte, che giunse in Etruria e fondò queste quattro fortezze.) Fu un nipote di Ercole, Terbo Tirreno, il capostipite dei Terbienses. I quattro abitati etruschi di Fanum, Arbanum, Vetulonia e Longula rimasero separati per molti secoli, finché Desiderio, ultimo re dei Longobardi, emanò un decreto con il quale si cingevano con unico giro di mura. Così nacque la città di Viterbo.

Leggenda del frate domenicano viterbese, Giovanni Nanni detto Annio, era una singolare figura di umanista, letterato, filologo e orientalista, vissuto tra il 1432 e il 1502. Nei suoi Commentari, secondo il gusto dell'epoca, volle anch'egli glorificare la propria città e, come già aveva fatto frate Francesco d'Andrea, propose anche lui un improbabile intreccio tra genealogie bibliche e miti greci, fondendo il tutto con l'eredità etrusca che proprio in quegli anni cominciava a suscitare l'interesse degli studiosi. Le argomentazioni anniane dovettero godere di un certo credito, a tal punto che alle sue tesi si dedicò un ciclo di affreschi nella Sala Regia e nella Sala del Consiglio del Palazzo dei Priori di Viterbo. Annio riporta tuttavia la fondazione del primo nucleo della città allo stesso Noè (che nel suo scritto viene anche identificato con Enotrio e Giano Bifronte, in quanto vide i due aspetti del mondo antidiluviano e postdiluviano), a cui viene attribuita la costruzione dei quattro castelli: Fanum, Arbanum, Vetulonia e Longula, la mitica Tetrapoli Viterbese il cui acrostico FAVL fa tuttora parte dello stemma cittadino. Anche qui compare Ercole quale costruttore del  Castrum, primo nucleo della città qui chiamata Etursia o Etruria Urbs, traversata dai fiumi Urgionus, Vetuloniensis e Paratussus (Urcionio e Paradosso), con il tempio del Fanum Voltumnæ (che è veramente esistito, ma non dove lo ipotizzò Annio), nel locus sacer degli Etruschi, posto poco fuori dall'abitato. Dopo aver menzionato addirittura Atlante, Corinto e  Iasio come successivi regnanti, Annio vide nel nipote di Ercole,  Terbo Tirreno, il capostipite dei Terbiensis, eroe eponimo della città di Viterbo. Quindi Annio si rivolge a  Tarconte, personaggio della mitologia etrusca, eroe eponimo di Tarquinia, a cui egli attribuisce addirittura la fondazione della dodecapoli etrusca. La genealogia anniana coinvolge persino Desiderio, ultimo re dei Longobardi, a cui è attribuito un decreto con cui si cingevano con mura i quattro castelli della Tetrapoli. Come prova, Annio presentò una ruota semicircolare in marmo (attualmente al Museo Civico della città) rinvenuta casualmente tra le rovine dell'antica Torre Damiata presso piazza della Morte, incisa in caratteri longobardi, ma poi dimostratasi un falso.

Il mito di Ercole, sulla origine della città di Viterbo, sia Francesco d'Andrea che Giovanni Nanni detto Annio sono d'accordo, sul fatto che la fondazione di Viterbo, sia avvenuta per opera dell'eroe greco Ercole, e che abbia edificato una fortezza sull'attuale Colle del Duomo, il Castrum Herculi. Questa notizia deriva da Niccolò della Tuccia che, rifacendosi alle memorie scritte del cronista Lanzillotto, riferisce che Ercole "edificò uno bel castello, che fu chiamato il Castello di Ercole, e per l'amore che gli portava donolli per arma il leone, della cui pelle andava egli coperto". L'evidenza archeologica mostra che proprio il Colle del Duomo fu il primo nucleo della città, abitato fin dal tempo degli Etruschi, come testimoniano le pietre di un antico pagus poste all'ingresso di piazza San Lorenzo, ove oggi sorgono la Cattedrale e il Palazzo Papale. Il nome del pagus, piuttosto attivo nel V e IV secolo a.C., non ci è noto; alcuni studiosi pensano possa appunto essere Surna (da cui la Surrena della cronaca di d'Andrea), con riferimento al dio degli inferi Suri, la cui presenza veniva giustificata, secondo le credenze popolari, con le esalazioni sulfuree del Bullicame. Che il pagus fosse dedicato ad Ercole, divinità che gli etruschi adoravano sotto il nome di Herχle Unial Clan, è documentato dai fregi marmorei ed i frammenti di iscrizioni rinvenuti nella seconda metà del XIX secolo. Latino Latini, uno studioso del XVI secolo, riporta il testo un'epigrafe romana, oggi perduta, ch era murata nella Cattedrale: “Al dio Ercole Magno  Lucio Spurina agrimensore dell'Undicesima Legione in seguito a un voto promesso consacrò.” Forse questa iscrizione risaliva oltre al 58 a.C. in quanto questa legione fu istituita da Cesare per la sua Campagna contro gli Elvezi e in epoca augustea si trovò in zona per sedare una rivolta presso Perugia. Il nome Spurina d'altronde è etrusco, attestato in Provincia di Viterbo (Tarquinia) già nel V-IV secolo, dettaglio che può far appunto pensare a un culto locale ad Ercole.  Il passaggio di Ercole in Etruria è d'altra parte testimoniato da una serie di leggende tramandate intorno alla sua figura, le quali si riallacciano al ciclo delle dodici fatiche. Dopo aver rubato il bestiame di  Gerione, Eracle o Ercole lo condusse dall'Iberia alla Gallia, quindi in Liguria, in Italia e da qui in Grecia. Nel corso di questo lunghissimo viaggio, egli avrebbe lasciato testimonianza del suo passaggio in innumerevoli località, così come moltissime sono le città che avrebbe fondato. In Etruria egli avrebbe appunto fondato il Castrum Herculi, istituendo verosimilmente il culto che gli tributavano gli Etruschi. Si narra ancora che, in una valle a sud della città, incitato dai lucumoni a provare la sua forza, Ercole avrebbe conficcato al suolo la sua clava sfidando gli abitanti del luogo ad estrarla. Nessuno vi riuscì. Ma quando  Ercole si riprese la sua clava, dal foro sgorgò un getto d'acqua che riempì la valle, formando l'odierno lago di Vico, il quale sembra fosse considerato sacro alle genti etrusche. Altri vogliono che in questo modo Ercole abbia fatto sgorgare dalla terra le sorgenti termali del Bullicame.

Altre leggende, la leggenda di Galiana, narrano che Viterbo fu fondata da alcuni esuli troiani, sbarcati sulle coste d'Etruria dopo la distruzione della città natia ad opera degli Achei. Secondo quanto era stato profetizzato, una scrofa dal manto bianco apparve loro indicando il punto dove avrebbero dovuto stabilire la loro nuova patria. Dopo aver fondato la nuova città, gli esuli presero a nutrire e venerare il feroce animale, che chiamarono "troia" in ricordo della patria perduta e consacrarono alla loro dea Elena. In seguito a questi fatti, i cittadini di Viterbo furono impegnati, per volere della dea, ad un sacrificio annuale. Ogni anno, nel corso delle festività primaverili, essi avrebbero consegnato alla "troia" una vergine di diciotto anni, sorteggiata fra le ragazze più belle e virtuose della città. La fanciulla veniva condotta fuori dalle mura cittadine, presso il fiume Paradosso, e là veniva denudata e legata a un macigno. La popolazione si ritirava poi ad una certa distanza e assisteva all'arrivo della sacra scrofa che, emersa dal bosco, divorava la sua vittima. La barbara usanza si perpetuò nel tempo ed era ancora in uso all'inizio del XII secolo; nonostante fosse trascorso tanto tempo, la scrofa era ancora lì, ansiosi di nutrirsi delle carni di una vergine, come esigeva il patto che gli esuli troiani avevano anticamente stretto con la loro dea. Ma gli abitanti di Viterbo, con l'avanzare della civiltà e l'ingentilirsi degli animi, non accettavano più l'idea di questo assurdo sacrificio, a cui pure si piegavano tra le lacrime. L'avvicinarsi del giorno di Pasqua giungeva come un incubo, diventando un giorno di lutto e non più di festa. Accadde così che a Viterbo, in una bella casetta, nacque Galiana, una fanciulla di modesta origine, la cui impareggiabile bellezza era pari soltanto alle sue virtù. Ed accadde che, quando Galiana compì diciotto anni, proprio lei fu estratta a sorte per essere sacrificata alla scrofa bianca. I Viterbesi ne provarono dolore e sgomento, ma il fato aveva designato Galiana  all'orribile sorte e nessuno poteva impedirlo. Così Galiana fu condotta sul luogo del sacrificio, venne fatta spogliare e fu legata al macigno. Quando l'orologio della torre comunale suonò i rintocchi del mezzogiorno, la scrofa bianca emerse dalla foresta. Ma mentre l'animale si avvicinava alla fanciulla per divorarla, dal limite del bosco uscì un leone che, avventandosi sulla scrofa, la dilaniò con quattro terribili colpi dei suoi artigli. Mentre l'orologio suonava nuovamente dodici rintocchi, il leone, così com'era apparso, nuovamente scomparve. La città di Viterbo, riconoscente per essere stata liberata dal crudele tributo di sangue, rimosse il vecchio emblema della città, che fino a quel giorno aveva raffigurato un cavallo o un liocorno, e fece dell'immagine del leone, con accanto la pelle bianca della scrofa con le quattro ferite rosse poste in croce, l'emblema civico.

La leggenda della bella Galiana, avvenne poi che la bella Galiana venisse chiesta in sposa da giovani e nobili provenienti dalle città vicine, ma lei fidanzata con un giovane contadino chiamato Marco, respingeva ogni proposta, anche se avanzata da nobili. Si narra che un giorno Giovanni di Vico, discendente di una potente famiglia prefettizia di Roma, venne nella cittadina della Tuscia appositamente per ammirare la stupenda ventenne viterbese di cui non si fa che lodare in ogni dove l'incomparabile bellezza. Il nobile vide la fanciulla uscire con un'amica uscire dalla chiesa di San Silvestro e, avvicinatosi, le fece un inchino, ma Galiana neppure lo degnò d'uno sguardo. Nei giorni successivi, Giovanni compì ogni tentativo per avvicinare Galiana, parlarle, dichiararle il proprio amore, con l'unico risultato di sentirsi riferire che la ragazza non gradiva la sua corte e lo pregava di desistere dalle sue insistenze. Ferito nell'orgoglio da questo rifiuto, Giovanni stabilì di rapire la ragazza. Così, in una notte particolarmente buia, Giovanni  si arrischiò ad arrampicarsi con una fune fino alla finestra della camera dove dormiva Galiana. Pare che un fulmine colpisse quella notte la campana della torre Monaldesca, che risuonò su tutta la città. I cittadini accorsero e impedirono al nobile romano di portare a termine il suo piano. I priori bandirono Giovanni di Vico da Viterbo, proibendogli il ritorno in città, pena la morte. Passò del tempo e Giovanni, radunato un esercito, marciò contro Viterbo, minacciando di prendere d'assedio la città se Galiana non fosse stata sua sposa. La risposta dei Viterbesi fu un netto e chiaro rifiuto. Allora il nobile mise in atto il suo piano. Cinse d'assedio Viterbo e concentrò i suoi sforzi dalla parte di Valle Faul, che era la più vulnerabile. Ma il popolo in armi seppe respingere ogni assalto, infliggendo gravi perdite alle truppe prefettizie. Si racconta che le donne viterbesi stavano a fianco degli armati sulle mura e che, anzi, proprio ad una di esse toccò la ventura di scagliare la freccia che colpì  Giovanni, ferendolo gravemente. Allora il nobile romano fece sapere ai Viterbesi che se ne sarebbe andato, a patto che gli mostrassero Galiana. Egli si sarebbe accontentato di ammirarla per l'ultima volta, poi avrebbe tolto l'assedio. I priori si rivolsero a Galiana, la quale accettò per amor di patria. Il giorno successivo la ragazza si affacciò da una lunetta nella torre di Porta di Valle, quando una freccia scoccata da un soldato prefettizio la colpì alla gola. È incerto se il soldato scagliasse la freccia per sua iniziativa, o se compì il misfatto per ordine dello stesso Giovanni. La ragazza cadde morta. Molto violenta fu la reazione dei Viterbesi, i quali uscirono dalle mura in armi, guidati da un certo Guerriante, e costrinsero alla fuga le schiere prefettizie. Sembra che anche Giovanni di Vico morisse per le ferite riportate. Era l'anno 1138. Il corpo di Galiana fu tumulato in un sarcofago che era stato tratto, dicono alcuni, dall'antico masso del sacrificio, sul quale venne scolpito il miracolo del leone e della strofa. Il sarcofago fu portato nel portico della chiesa dedicata all'Angelo con la Spada, dove ancora oggi si può ammirare.

VITERBO E IL PERIODO ROMANO

Viterbo, periodo della conquista Romana e nascita dei complessi Termali, la conquista romana dell’Etruria meridionale si svolse gradualmente tra il IV e il III secolo a.C., nel 310 a.C. il console Quinto Fabio Rulliano con le sue truppe attraversò la selva Cimina ,  alla conquista del territorio, distrusse probabilmente l’abitato etrusco di Sorrina che si trovava sull’attuale colle del Duomo di Viterbo, ma purtroppo le notizie sulle città romane sono scarse, rimangono solo alcuni frammenti di epigrafi e resti di edifici termali sulla antica via Cassia che fu aperta intorno al II secolo a.C. e che passa proprio in prossimità dei resti vari complessi termali. Da ricordare che a Roma, in epoca antica, le numerose terme presenti nella città eterna, non avevano acqua calda naturale, questa doveva essere riscaldata, mentre nella zona di Viterbo, di origine vulcanica, vi erano siti termali caldi naturalmente. E probabilmente è proprio per la presenza di queste terme che sorsero nel viterbese in età repubblicana le prime ville romane, le quali vennero edificate in prossimità della via Cassia, così che i nobili potessero agilmente sfruttare i benefici delle vicine acque calde termali e delle sorgenti. La grandi strutture termali che lambivano la via Cassia vennero edificate in età imperiale.  Probabilmente erano 12 complessi termali, di uso pubblico,  che vennero innalzati su buona parte del territorio dell’Etruria meridionale, di quasi 11 chilometri, nelle zone di Tarquinia, Tuscania, Ferento, Falerii, Sutri. Resti di questi complessi termali del I - II secolo d.C. provenendo da Roma in direzione di Viterbo si incontrano lungo la via Cassia  in località Le Masse di San Sisto e Paliano, qui sono visibili resti di una grande sala rettangolare con nicchie e avanzi murari. Altri edifici termali, del periodo che va dal I al III secolo d.C. si trovano nelle zone del Bullicame e del Bagnaccio. Vi erano anche le Terme degli Ebrei, che si trovavano nell’attuale parcheggio delle Terme dei Papi, di queste restano due ambienti quadrangolari realizzati in opera listata e resti delle terme di Santa Maria in Selce con un ambiente destinato a calidarium a pianta ottagonale e nicchie alle pareti. Lungo la strada Bagni, nei pressi del fontanile del Boia, si trovano resti delle Terme degli Almadiani. Delle terme del Bullicame rimangono due cisterne ed alcune strutture murarie poste alle spalle dell’Orto Botanico. Presso le attuali Piscine Carletti, si conservano quattro nuclei murari delle antiche terme romane. Altri resti sono all’interno dell’Aeroporto militare e sono le Terme del Prato, di cui si conservano i resti di un ambiente a pianta quadrata con quattro nicchie agli angoli,  e le Terme delle Bussete, scavate tra il 1968 e il 1972, che hanno portato alla luce ambienti con mosaici, purtroppo oggi reinterrati. Al confine con l’aeroporto vi sono i ruderi delle Terme delle Zitelle con resti di un ambiente absidato, che prendono il nome da un antico casale medioevale. Sulla strada Garinei che riprende l’antico tracciato della via Cassia, in località Bagnaccio vi sono i resti delle terme della Colonnella, che sorgevano nei pressi dell’attuale Casale le Cuffie, ricerche archeologiche in questa zona furono intraprese nel 1882, ma poi vennero di nuovo interrate. Erroneamente sono state considerate antiche zone termali la Ruzzola d’Orlando e la Lettighetta, perché vicine a delle sorgenti sulfuree, ma in realtà la Ruzzola d’Orlando è solo una struttura in opera cementizia senza alcun riferimento termale, e la Lettighetta è probabilmente un monumento funerario databile tra il II e il III secolo d.C. All’inizio della strada Commenda, alle spalle dell’hotel Oasi, vi erano le Terme del Naviso, che furono scavate nel 1978, da queste provengono alcuni mosaici conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Viterbo. Poco lontano da qui c’erano le Terme del Bacucco dove un tempo vi era una struttura termale ed una sorgente di acqua sulfurea, di questo ci restano avanzi monumentali, tra cui una sala a pianta ottagonale, che un tempo presentava una volta a crociera e con archi di scarico a doppia ghiera in laterizio, che incorniciavano 8 grandi finestre. La struttura realizzata in opera listata databile al II-III secolo d.C. Nel 1835 furono eseguiti degli scavi alle terme del Bacucco e al suo interno furono rinvenuti decorazioni musive, alcune sculture, purtroppo conservate non Italia ma al Louvre. La grandiosità di queste terme attirò artisti come Michelangelo e Giuliano da Sangallo, i quali rielaborarono sia la pianta che il prospetto di questo antico complesso termale di epoca romana. Bagnaccio e le Terme del Bacucco, probabilmente erano una zona di sosta per chi si metteva in viaggio lungo la antica via Cassia, infatti in una antica pianta medioevale della zona chiamata Tabula Peuntigeriana copia di antica mappa stradale della via Cassia risalente al III e al V secolo d. C, dell’Impero Romano, sono indicate le località di Volsinii l’attuale Bolsena, di Acquae Passeris attuale Bagnaccio, di Marta, del Foro Casii attuale Vetralla, di Gravisca attuale Porto Clementino, di Vico Matrini attuale vico Matrino, Di Ttarqionis attuale Ttarquinia, di Centum Cellis attuale Civitavecchia. Un tale Mummo Nigro Valerio Vegeto ricco ed influente personaggio del Viterbese vissuto intorno al II secolo d.C. possedeva una villa nota come villa Calvisiana, la quale era dotata di acqua calda termale proveniente dalla attuale chiesa di Santa Maria in Gradi,che scorreva attraverso un acquedotto lungo 9 chilometri, non abbiano resti di questa opera ma solo una iscrizione romana che descrive tutte le località attraversate d questo acquedotto. Le strutture termali del Viterbese anche dopo l’età imperiale romana, continuarono ad essere in uso, e caddero in abbandono in epoca medioevale, e spesso i materiali degli antichi complessi vennero riutilizzati per le nuove costruzioni. Nel XIII secolo si ebbe un rifiorire della cultura termale tantè che il comune di Viterbo acquistò le terre del Bullicame per mettere a disposizione della cittadinanza le sorgenti termali. Nel XV secolo vennero edificate nuove strutture termali che furono frequentate anche dai Papi. Altre strutture termali erano nel territorio di Musarna, che era un insediamento estrusco-romano, in località Macchia del Conte.

VITERBO E IL PERIODO LONGOBARDO

I Longobardi e Viterbo, tra il 568 e il 774, Bitervum, era localizzata tra la Tuscia ed il Ducato di Roma retto dagli imperatori Bizantini, questo lembo di terra fu oggetto di contese tra i Longobardi ed i bizantini. Durante il papato di Adriano I, il re dei Longobardi Desiderio mosse guerra al papato, conquistando tutte le terre e le città papali, fino a rifugiarsi sul colle di Ercole, dove oggi si trova la loggia dei Papi a piazza San Lorenzo. Furono edificate delle chiese longobarde, nelle zone di vico Quinzano, Vico Squarano, vico Palanziana e al Foffiano. Nel frattempo Carlo Magno, re dei Franchi,  sposò Ermengarda, sorella di Desiderio, che poi ripudiò, assediò Desiderio a Pavia e lo confinò in un monastero dove morì, e Viterbo insieme ad altre città della Tuscia Longobarda vennero cedute a Roma, la contessa Matilde di Canossa confermò la donazione di Viterbo a papa Adriano I. Resti delle opere architettoniche longobarde sono visibili nel campanile di Santa Maria della Cella, nel campanile di San Sisto, nei resti del chiostro di Santa Maria Nuova. Fu nel ‘400 che lo storico viterbese Annio fece erroneamente credere vero un decreto del re Desiderio del 773 che attestava la formazione della città di Viterbo da quattro castelli riuniti di Fano, Arbano, Vetulonia, e Longula, da cui ne derivò l’acronimo FAVL che venne inserito nei settori del globo che fungeva da base di appoggio per il Leone simbolo araldico di Viterbo. In realtà la città d Viterbo si formò dalla fusione di quattro centri abitati che erano il Castrum Ercoli, sul colle del Duomo, il Castrum Sunzae sull’altura di San Francesco alla Rocca, il Vicus Quinzanus che era nei pressi di via Vetulonia e il vicus Squaranus, e la zona di Pianoscarano. Questi quattro territori si estesero fino a chiudersi in una unica cinta muraria la cui opera ebbe inizio nel 1095. Nel 1998, a seguito di lavori di scavo, sul colle del Duomo, sono state rinvenute delle sepolture longobarde. Tra le chiese longobarde, c’è la chiesa di San Sisto, nella zona che in epoca longobarda era nota come vico Quinzano, questa area si estendeva fino alla attuale via di Santa Maria in Gradi, porta Romana e la chiesa di Santa Maria delle Fortezze. Venne adibita a culto cristiano tra VIII e il IX secolo. Di questa chiesa primitiva longobarda rimangono le tre navate, il colonnato, le due cappelle di fondo, una cripta nascosta sotto la scala, gli archi alla estremità della navata principale sorretti da colonnine a quattro elementi. Nel XII secolo, qui c’era la porta di San Sisto che poi divenne porta Romana e anche la chiesa subì degli ampliamenti fino alle mura cittadine. Altra chiesa longobarda è la chiesa di Santa Maria Nuova, un tempo oltre ad essere luogo di culto custodiva anche le finanze comunali, e gli archivi cittadini. Nel 1567 Papa Pio V le tolse questi privilegi e la aggregò alla Cattedrale, e per questo motivo la chiesa a poco a poco cadde in un profondo degrado e solo a partire dall’ottocento si è proceduto a vari restauri e alla sua apertura avvenuta solo di recente. La chiesa ha uno stile romanico essenziale, la facciata ha un portale e tre lunghe finestre realizzate durante gli interventi del Novecento, la copertura è a capanna. Unico elemento decorativo è una testa maschile posta sopra l’ingresso, raffigurante forse Giove, che appartiene ad una precedente struttura. Lungo la parete laterale sinistra vie un altro portale, decorato a punta di diamante, con sculture simili al Giove della facciata principale. All’angolo della chiesa si nota un pulpito che la tradizione vorrebbe essere stato il pulpito di San Tommaso d’Aquino, che da qui predicò nel 1206, ma essendo la mole del santo enorme rispetto a un pulpito così piccolo, non pare che questo evento sia stato possibile. Durante gli scavi è stata rinvenuta una cripta risalente probabilmente all’XI secolo. Notevole è anche il chiostro, al quale vi si accede dalla parete esterna sinistra della chiesa.

VITERBO IL PERIODO MEDIOEVALE E MODERNO

Storia medioevale e moderna di Viterbo : nell’ XI secolo vi fu un incremento demografico e la nascita di nuclei abitativi fuori dal “castrum”, l’insediamento militare. Nel 1090 venne edificato un primo tratto della cinta muraria e nel XII secolo Viterbo divenne libero comune, assicurandosi anche il possesso di numerosi castelli. Dal 1162 Viterbo vide la presenza e la protezione di Federico Barbarossa insieme ad una politica di espansione del territorio. Nel 1172 venne distrutta la città di Ferento, ed il suo simbolo la palma venne aggiunto al leone simbolo di Viterbo. Nel 1190 venne assediata Corneto, odierna Tarquinia, e sempre Barbarossa attaccò Roma con il suo esercito viterbese. Nel 1192 Viterbo venne elevata a cattedra vescovile ai danni di Tuscania che perse la sua predominanza nella Tuscia. Nel XIII secolo Viterbo divenne parte dei possedimenti papali ed ebbe un periodo di grande splendore, nel 1207 ospitò il Parlamento degli stati della chiesa. Nella città di Viterbo c’erano famiglie ostili al predominio papale che invocarono la protezione di Federico II, aprendo così la via alle lotte tra i guelfi, favorevoli alla politica papale rappresentati dalla famiglia Gatti ed i ghibellini rappresentati dalla famiglia dei Tignosi, questo periodo di contrasti durò fino al 1250 e alla fine prevalsero i guelfi. In questo contesto di aspre lotte civili nacque Santa Rosa che visse tra il 1233 e il 1251, morì a soli 18 anni e di lei si ricordano i miracoli avvenuti sia quando la santa era in vita che dopo la sua morte, le sue prediche contro gli eretici ed i ghibellini, la santa inoltre, aiutò i viterbesi a resistere contro l’assalto di Federico II. Sempre in questi anni spicca la figura del cardinale viterbese Raniero Capocci storico e nemico di Federico II. Nel 1243 vi fu la vittoria dei viterbesi guidati dal guelfo Raniero Capocci contro l’assedio di Federico II, e fu questa vittoria a sancire dal XIII secolo la predominanza della famiglia Gatti la quale monopolizzò le cariche municipali e sempre in questo periodo i pontefici scelsero Viterbo come loro sede papale. Fu a Viterbo in questo periodo che nacque il “conclave”, ovvero la scelta del papa da parte dei cardinali in un luogo chiuso a chiave “clausi cum clave”, in quanto alla morte di papa Clemente IV i cardinali nonostante ripetute riunioni dopo 20 mesi non erano ancora riusciti ad eleggere il successore e fu in quella occasione che il popolo viterbese alla guida di Raniero Capocci decise di chiudere i cardinali  a chiave nella sala della elezione, di nutrirli a pane e ad acqua di scoperchiare il tetto affinchè fossero esposti alle intemperie finchè non avessero eletto il nuovo papa. I cardinali furono anche pressati dalle prediche di Bonaventura da Bagnoregio e alla fine, nel 1272,  elessero il piaentino Tedaldo  Visconti  che prese il nome di papa Gregorio X. Questo episodio stabilì con la costituzione Ubi Periculum che tutte le elezioni papali future avvenissero in una sede chiusa a chiave. Dal 1261 al 1281 si tennero a Viterbo ben cinque conclavi. L’ultimo fu il conclave che portò all’elezione di papa Martino IV voluta da Carlo d’Angiò e dal popolo Viterbese che dopo aver messo in prigione il cardinale Matteo Rubeo Orsini, scelsero il francese Simon de Brion, ma papa Martino IV invece di ringraziare la città di Viterbo, se ne andò con tutta la corte pontificia e si recò a Orvieto. Da qui in poi si chiuse il periodo papale di papa Urbano V,che si fermò a Viterbo alcuni mesi tra il 1367 ed il 1370 durante l'infruttuoso tentativo di riportare a Roma la sede papale, e papa Niccolò V, che nel 1454 fece addirittura costruire dal Rossellino in zona Bullicame un bel Palazzo termale andato perduto quasi completamente per venire in città a curare le sue gravi malattie e papa Giulio II, che fu spesso ospite, nel primo decennio del Cinquecento, degli agostiniani viterbesi, vista l'amicizia che lo legava ad Egidio da Viterbo, e Leone X, che veniva a caccia nei dintorni. Viterbo era al centro delle importanti vie di comunicazione come la via Cassia e la via Francigena e durante il periodo papale era  diventata un importante centro economico, vennero edificati edifici pubblici municipali, torri e chiese in stile romanico e in stile gotico. Purtroppo l’esilio dei papi ad Avignone contribuì alla decadenza di Viterbo e all’inasprirsi delle lotte intestine. Nei primi decenni del XVI secolo Viterbo ospitò nuovamente i papi, da Giulio II a Leone X, anche per l’opera straordinaria del cardinale agostiniano Egidio da Viterbo. A metà del Cinquecento la città conobbe un nuovo periodo di fervore culturale e spirituale per la presenza del cardinale Reginald Pole, che riuniva a Viterbo il suo celebre circolo, di cui faceva parte la marchesa Vittoria Colonna ed alle cui riunioni intervenne spesso Michelangelo. Dal XIII al XVI secolo, Viterbo è stata anche sede di una comunità ebraica, fino al decreto di espulsione del 1569. Nel 1798 Viterbo venne occupata dalle truppe francesi del generale Championnet, intervenuto a difesa della Repubblica romana e nel 1867 qui vi fu la colonna garibaldina Acerbi, sconfitta dalle truppe pontificie e francesi a Mentana. Dopo l’Unità d’Italia Viterbo perse la sua qualifica di capoluogo che le venne restituita nel 1927 con il riordino delle circoscrizioni provinciali attuato da Benito Mussolini.  A Viterbo vennero inglobati i comuni di Bagnaia, di San Martino al Cimino, di Grotte Santo Stefano, e di altri piccoli centri limitrofi. Durante la seconda guerra mondiale Viterbo fu sede di un comando tedesco e sottoposta a ripetuti bombardamenti da parte della aviazione, il più pesante fu quello del 17 gennaio 1944, che portò alla morte di centinaia di civili ed alla distruzione di varie zone del centro storico e di altri territori vicini.

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 Storia di Viterbo, foto Anna Zelli

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