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Pianoscarano, Viterbo centro storico, vi si accede da via delle Piaggiarelle, traversa di via San Pellegrino, oppure da via San Pietro, il quartiere mantiene intatta la sua identità architettonica originaria, in antico la zona era chiamata Vico Scarano, o Squarano, o Scarlano, il nome forse era di origine Longobarda, il termine militare squara, significava schiera. Probabilmente in epoca Longobarda la zona era adibita a piazza d'armi. Nella prima metà del IX secolo, Pianoscarano era menzionato come uno dei piccoli centri disabitati insieme a Vico Quinzano, Vico Antoniano e Castello di Sonza presenti in questa zona, in quanto le terre erano di proprietà dei Monaci di Farfa. In seguito, nel XII secolo, i Consoli del Comune di Viterbo acquistarono queste terre e le zone iniziarono a popolarsi. Nella metà del XII secolo si procedette alla costruzione delle mura difensive e Vico Scarano divenne parte integrante della città di Viterbo. Il quartiere è delimitato da due piccoli torrenti che confluiscono nel fosso Urciorno, uno è il torrente Paradosso o Paratuso che delimita il quartiere dal resto di Viterbo, ed è il ponte Paradosso, che collega Pianoscarano al quartiere di San Pellegrino. Un'altra porta di Pianoscarano è Porta Fiorita. Il quartiere ha il suo asse viario principale nella via di Pianoscarano, che collega il ponte del Paradosso alla Porta del Carmine. Superata la salita, partendo dal ponte, si arriva a piazza Fontana del Piano, qui c'è l'omonima fontana, realizzata nel 1376, sui resti di una precedente fontana che andò distrutta a seguito di una sommossa del 1367. La rivolta venne scatenata al tempo di Papa Urbano V, da un servo del cardinale Carcassona, allorquando, questi lavò un cane nella fontana, che serviva agli abitanti come acqua potabile, per cucinare, e per le necessità della cittadinanza. Questo episodio fece infuriare i residenti, che diedero il via alla rivolta, il Papa, invece di capire le rimostranze, ordinò che venisse demolita la fontana, bruciate le case dei responsabili, e che si abbattessero i merli delle mura. La fontana in seguito venne ricostruita. Il quartiere di Pianoscarano a differenza del Quartiere di San Pellegrino abitato dalle famiglie nobili e illustri della città, era abitato da contadini e artigiani, ed è ai margini rispetto alla città, e conserva un impianto più popolare ed isolato.

Ponte Paradosso, via delle Piaggiarelle, quartiere Pianoscarano, Viterbo, collega il quartiere al quartiere di San Pellegrino, un tempo al di sotto scorreva il torrente Paradosso, uno dei torrenti che confluiscono nel torrente Urciorno, oggi in gran parte interrato.

Fosso del Paradosso, Viterbo, il quartiere di Pianoscarano era separato dal quartiere di San Pellegrino dal torrente Paradosso,il collegamento era il ponte omonimo. Il torrente è interrato e al suo posto si ammirano orti e giardini, il ponte Paradosso è ancora esistente e consente di scavalcare il fossato.

Fosso Urciorno, Viterbo, la città di Viterbo aveva due torrenti, il Fosso Urciorno lungo più o meno 10 chilometri e il Fosso del Paradosso, che per secoli garantirono l’approvvigionamento idrico alla cittadinanza. Il Fosso Urciorno nasce alle falde della Palanzana, scorre  attraverso una stretta via tufacea fino ad arrivare a Viterbo. Questo corso d’acqua ha assunto vari nomi nei secoli, da Fosso Luparo, a Fosso Arcionello, a Fosso Repuzzolo, a Fosso Tremulo e a Fosso Faul. In epoca farnesiana assunse il nome definitivo di Urciorno. Oggi (2021), questo fosso è visibile solo dopo porta Faul, in quanto è stato quasi interamente interrato. Nei secoli la città subì delle alluvioni,  una nel 1223 che allagò il Borgo San Luca oggi via Matteotti, e nel 1706, abbattè parte delle mura di via Fratelli Rosselli, Pertanto si preferì procedere al suo interramento. L’interramento va  da viale Capocci, a piazza Verdi, fino a valle Faul, su via Genova, e sotto la ferrovia fino alla piazza dei Caduti, e sotto viale Marconi. Queste opere degli anni ’30 hanno facilitato la circolazione viaria, ma hanno tolto carattere alla città. Nella valle dell’Urciorno si apriva un ponte chiamato Tremulo, si trovava in fondo a via Cairoli, chiamato così perché le sue assi si muovevano al passaggio dei carri, qui sono anche transitati nei secoli i carri funebri, nella valle dell’Urciorno c’era il Carcere della Malta, citato da Dante nel canto IX del Paradiso. La parte interrata fu usata come rifugio dalla cittadinanza durante le incursioni aeree e dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

Giardino del Paradosso, Viterbo, Pianoscarano, si ammira questo giardino dal Ponte del Paradosso, ponte che collega la zona di San Pellegrino con il quartiere di Pianoscarano, questo giardino apparteneva ad una villa, il cui spazio esterno è in stile cinquecentesco, arricchito da reperti medioevali e di epoca romana che si trovano anche all’interno. Sotto il giardino ci sono reperti di tombe etrusche, vie di fuga medioevali, archi ed antiche cantine. In questo giardino vi sono capitelli e vasche risalenti al medioevo, oltre a dei resti di una antica chiesa che si affacciava sul giardino. Qui c’è anche una bella fontana risalente al cinquecento. I fondo al giardino ci sono anche dei resti dell’acquedotto che portava acqua al quartiere di Pianoscarano, e due antiche colonne. Il giardino è di proprietà privata, pertanto non fruibile.

Museo al Frantoio del Paradosso, Pianoscarano, Viterbo, venendo dal quartiere San Pellegrino si passa il ponte del Paradosso, questo museo è sulla destra. Il ponte del Paradosso, un tempo era attraversato dal Fosso Paradosso, oggi scomparso, al suo posto, ci sono orti e giardini. Il Frantoio fu realizzato prima dell’Unità d’Italia, sotto il regno dello Stato Pontificio. Il è il Signor Mario Matteucci, ultra ottantenne, bisnipote del fondatore. Qui l’olio viene spremuto a freddo, e il proprietario ha allestito delle aree museali aperte al pubblico che illustrano l’arte olearia. Qui è stato ricreato una antico frantoio del 1856, mentre in altri locali ha messo in mostra antichi attrezzi per la filatura. Alle pareti, fotografie in bianco e nero che ritraggono scene della Viterbo del dopoguerra, in cui la coltivazione delle fibre tessili era molto sviluppata:  qui si giravano le ruote di legno per la filatura.  Mario è un esperto nell’intrecciare la fibra di cocco e realizzare i fiscoli (Il fiscolo, dal latino fiscus, fiscina, borsa, cesto è un recipiente filtrante in cui vengono poste le olive macinate per sottoporle alla torchiatura). In un’altra sala, ci sono una serie di oggetti, trovati nella zona del Paradosso, rsalenti alla Seconda Guerra Mondiale, come maschere antigas, zaini, bossoli di artiglieria, stoviglie, taniche tedesche e americane

Chiesa di Sant'Andrea, Pianoscarano, Viterbo, dedicata a Sant'Andrea Apostolo, si trova a via della Fontana 31, è una chiesa romanica risalente al duecento, presenta un porticato a tre arcate ed un piccolo campanile asimmetrico, a vela. La chiesa nel corso dei secoli ha subito dei rimaneggiamenti. In una bolla dell'852 di Papa Leone IV, si fa menzione di questa chiesa chiamata Sant'Andrea in Campo, alle cui dipendenze c'erano le scomparse chiese di Sant'Abbondio e di Santa Lucia. L'attuale chiesa fu edificata nel XII secolo sopra la precedente. C'è da dire che forse la chiesa di Sant'Andrea in Campo non fosse questa ma un'altra nei pressi di Porta Romana. Ad ogni modo, nel 1236 venne nominato il primo rettore della Chiesa di Sant'Andrea. Nel 1378 venne edificata la prima cappella dei Santissimi Pietro e Paolo, nel 1390 venne edificata la cappella dedicata a San Nicola, amministrata dall'Arte degli Ortolani. Nel 1434 fu edificata la cappella dedicata ai Santissimi San Lorenzo e Santo Stefano, che era sotto la giurisdizione dei farmacisti. Nel 1465 nel portico venne edificato un altare dedicato alla Beata Vergine Maria.  Nel 1564, a seguito di una terribile epidemia di peste, la chiesa perse il suo ruolo parrocchiale e venne assimilata alla chiesa di San Lorenzo. Ci fu un lungo periodo durante il quale la chiesa venne abbandonata, crollò il tetto e andarono perduti alcuni affreschi. Nel 1574 il Cardinale De Gambara fece ricostruire le cappelle di San Nicolò, dei Santi Pietro e Paolo e di San Lorenzo e Stefano, venne restaurato l'affresco della Vergine e vennero chiusi la cripta ed il portico. Nel 1605, l'amministrazione dell'Ospedale Grande offre il legname per rifare il tetto. Nel 1902 il vescovo Antonio Maria Grasselli, promuove il restauro della chiesa nelle precedenti forme architettoniche medioevali, l'opera venne affidata all'architetto viterbese Filippo Pincellotti, venne rifatto il pavimento, interamente recuperate la cripta e l'altare. Parte della chiesa venne distrutta in seguito ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946, la chiesa venne riaperta al culto, venne riaperto il portico sulla facciata, venne eliminato un piccolo tempio eretto sull'altare maggiore, vennero tolti gli altari laterali, e fu mantenuto l'altare dedicato alla Madonna. Nel 1958, la Sovraintendenza ai Beni Architettonici del Lazio procede al rifacimento del pavimento in cotto di Siena. In seguito al terremoto del 1974 con epicentro Tuscania, parte degli affreschi della cripta andarono irrimediabilmente perduti. All'interno gli absidi sono originari, la chiesa è a navata unica, e si sviluppa in larghezza, presenta il presbiterio rialzato collegato da una scalinata di dieci gradini. Il coro è formato da tre absidi con monofore di diversa grandezza. Il tetto è a capriate lignee e poggia su pilastri rettangolari . Pregevole la fonte battesimale in peperino e la cripta gotico cistercense che rimase interrata per secoli. La chiesa è divisa in quattro navate, presenta 14 colonne, che sostengono la volta a crociera. Sulle pareti si ammirano resti di affreschi, testimonianze della pittura medioevale viterbese, lo studioso Ranucci le data al 1270. La cripta è situata sotto il presbiterio ed è stara restaurata, la parte superiore è in stile romanico mentre le volte a crociera sono in stile gotico cistercense.

Campanile Chiesa Sant'Andrea, Pianoscarano,Viterbo, è un piccolo campanile asimmetrico a vela.

Sant’Andrea Apostolo, vita opere storia, a lui è dedicata la Chiesa di Sant’Andrea a Pianoscarano,Viterbo,  fu apostolo di Gesù e venerato come santo dalla chiesa cristiana ed ortodossa. Era il fratello di San Pietro Apostolo, probabilmente crebbe a Betsaida una città sul Mare di Galilea. Sia lui che suo fratello Simone Pietro erano pescatori. Nel 4 a.C. Betsaida era sotto l’autorità di Erode Filippo, figlio di Erode il Grande, tradizione vuole che Gesù stesso lo avesse chiamato ad essere suo discepolo invitandolo ad essere per lui pescatore di uomini e anime. Il Vangelo secondo Giovanni racconta che Andrea era stato in precedenza discepolo di Giovanni il Battista, che gli indicò Gesù come l’agnello di Dio. Andrea fu il primo a riconoscere in Gesù il Messia e lo fece conoscere al fratello, presto entrambi i fratelli divennero discepoli di Cristo e lasciarono tutto per seguire Gesù. Nei vangeli Andrea è indicato essere presente in molte importanti occasioni come uno dei discepoli più vicini a Gesù ma negli Atti degli Apostoli si trova solo una menzione marginale della sua figura. Andrea è stato martirizzato per crocifissione a Patrasso in Acaia ,Grecia, probabilmente nel 60 d.C. regnante Nerone. Predicò nelle zone limitrofe al Ponto Eusino, in Cappadocia, Bitinia e Galazia. la tradizione vuole che Andrea sia stato crocifisso su una croce detta Croce decussata,a forma di X, e comunemente conosciuta con il nome di "Croce di Sant'Andrea"; questa venne adottata per sua personale scelta, dal momento che egli non avrebbe mai osato eguagliare Gesù nel martirio. Quest'iconografia di sant'Andrea appare ad ogni modo solo attorno al X secolo, ma non divenne comune sino al XVII secolo. Proprio per il suo martirio, sant'Andrea è divenuto anche il patrono di Patrasso. San Girolamo scrisse che le reliquie di Andrea vennero portate da Patrasso a Costantinopoli per ordine dell'imperatore romano Costanzo II nel 357. Qui rimasero sino al 1208, quando vennero portate ad Amalfi, in Italia, dal cardinale Pietro Capuano, nativo di Amalfi. Nel XV secolo, la testa di sant'Andrea fu portata a Roma, dove venne posta in una teca in uno dei quattro pilastri principali della basilica di San Pietro. Nel settembre del 1964, come gesto di apertura verso la Chiesa ortodossa greca, papa Paolo VI consegnò un dito e parte della testa alla chiesa di Patrasso. Nel VI secolo due reliquie, una mano e un braccio, di sant'Andrea furono donate a Venanzio vescovo di Luni da papa Gregorio I, suo grande amico. È tradizione che in tale tempo, e con l'occasione del dono, sia stata costruita a Sarzana la chiesa di Sant'Andrea, che divenne la dimora della reliquia. Da quel giorno l'apostolo divenne il patrono della città. Tali reliquie sono oggi conservate nella cattedrale di Sarzana; esse erano state portate da Costantinopoli a Roma da un certo Andrea, maggiordomo di palazzo dell'imperatore Maurizio. A Città di Castello, nella chiesa di San Francesco, si conserva una reliquia dell'osso di un braccio, che una tradizione locale vuole donata da papa Celestino II, nativo della città e già canonico della cattedrale, a un monastero locale dove viveva una sua sorella; nel XV secolo il comune fece realizzare un reliquiario in argento, oggi nella Pinacoteca Comunale. (riassunto da wikipedia).

Ex Chiesa San Nicolò degli Scolari, Pianoscarano, Viterbo, si ha menzione della sua esistenza sin dal XII secolo, come dipendenza del Monastero di Farfa, La facciata era fregiata da ornamenti a punte di freccia di cui restano alcune tracce ed era sormontata da un campanile a vela, questa poi assunse il nome di chiesa di San Carlo

Ex chiesa San Carlo a Pianoscarano, via San Carlo, Viterbo, la storia di questa chiesa è collegata a quelle di San Nicola e di Sant’Andrea, anche loro a Pianoscarano. La prima menzione della chiesa risale al 1122, quando viene citata in un documento del Liber clavium, con il nome di San Niccolò del Piano. Successivamente, il nome compare in altri documenti, tra questi in una bolla papale  emanata da Papa Urbano IV nel 1262.  Nel 1560 la chiesa di San Carlo fu annessa alla parrocchia di Sant'Andrea. Nel secolo seguente fu sede dell'Ospizio dei Convalescenti, fondato per accogliere e nutrire i pazienti dimessi dall'Ospedale del comune.  Nel 1639 la chiesa ospitò la Confraternita degli Oblati, fondata da Clarice Marescotti, la futura Santa Giacinta. Poi, una confraternita, che aveva come missione quella di ricoverare i vecchi poveri ed inabili al lavoro, si fece cedere dal vecchio Ospizio dei Convalescenti  la chiesa, le pertinenze e l’orto, tantè che si ricorda questa chiesa come Ospizio dei Vecchi. Oggi dell’antico convento sopravvive solo il chiostro. La chiesa, è stata sottoposta a grandi interventi di restauro avendo subito un grande degrado nel corso dei secoli, basti pensare che era stata divisa a metà nel senso dell'altezza ed il locale inferiore adibito a legnaia. Infatti, nel 1989 l'intero complesso di San Carlo è stato acquistato dall'Università degli Studi della Tuscia. La chiesa, è stata oggetto di restauri tra il 1994 e il 2002 per volere della Soprintendenza ai Monumenti del Lazio, presenta una facciata tripartita con copertura a tetto ed è caratterizzata dalla presenza di un alto campanile a vela con due campane, di cui la maggiore riporta la data del 1285. La facciata si presenta con un impianto semplice di stile romanico con tetto a capanna. Tre monofore si aprono all’altezza delle rispettive navate; una centrale che sovrasta il portale d’accesso, e due simmetriche per le navate laterali. L’interno della chiesa, in semplice stile romanico, ha tre navate divise da massicce colonne con capitelli a corona, la copertura è a tetto. Il retro della chiesa è quasi tutta inglobata nell'edificio conventuale, resta visibile solo una piccola porzione dell'abside centrale che presenta alla sommità una decorazione ad archetti, decorazione che, con alcune varianti, ritroviamo anche nelle altre chiese romaniche della città.  Al suo interno, sulla seconda colonna di destra si può ammirare un affresco del XV secolo raffigurante la Madonna con Bambino. Sulla lunetta che sovrasta l'interno della porta laterale, sempre sulla navata di destra, vi è un affresco del XIII secolo raffigurante Cristo tra la Madonna e San Giovanni. La facciata, sulla quale si aprono tre monofore in corrispondenza della navate, è caratterizzata da un alto campanile a vela con due campane. Dal 2002 l'intero complesso architettonico, denominato appunto San Carlo, è sede della Facoltà di Scienze Politiche: la chiesa ospita l'Aula Magna della Facoltà, mentre l'edificio seicentesco ospita le aule e gli uffici amministrativi.

Campanile Chiesa San Carlo a Pianoscarano, è un alto campanile a vela con due campane.

Ospizio dei Vecchi, Pianoscarano, era in un fabbricato alla destra della ex Chiesa di San Carlo, questo venne espropriato dallo Stato Italiano nel 1870. Passato al Comune di Viterbo, ospita un Ente Morale

Fontana del Piano, Pianoscarano, Viterbo, l'attuale fontana venne ricostruita nel 1376, al posto della precedente andata distrutta per volere di Papa Urbano V a seguito di una sommossa. E' in peperino, pietra locale, ed a forma di fuso, e rappresenta una evoluzione rispetto alle fontane di San Faustino e di piazza della Morte; la vasca ha una forma circolare, è decorata esternamente da colonnine e riquadri lisci e rettangolari, poggia su tre gradini, e su una base sagomata.  Al centro c'è una colonna con un capitello floreale che sorregge un prisma di forma esagonale. La base del prisma è decorata con un fregio sui lati si aprono archetti trilobati sorretti da colonnine tortili che accolgono sei sculture , 5 raffigurati il Leone, simbolo della Città di Viterbo, ed 1 una figura umana a carponi.. Sul tronco di cono, che sorregge la parte terminale cuspidata, sono scolpite le figure dei Santi. Andrea e Nicola. La cuspide del prisma sotto il fiore terminale tre giri di foglie.

Lavatoi a Pianoscarano, Viterbo,uno si trova a via dei Giardini con accanto una fontana, un'altro è a via de Vecchi entrambi ben conservati.

Torre del Bacarozzo, scomparsa, Viterbo, sembra fosse nei pressi della Porta San Lorenzo, chiusa e non visitabile perché in una proprietà privata, e che un tempo conduceva fino al colle San Lorenzo. Questa torre si trovava in una zona detta del Molinaccio, nel tratto delle mura di cinta che fu edificato nel 1257 e che arrivava fino alla Porta di Pianoscarano o del Carmine. Fin dall’XI secolo si ricorda una Porta San Lorenzo, che prendeva il  nome dalla omonima chiesa, dedicata al protettore di Viterbo, che forse era sul’attuale ponte San Lorenzo, a protezione del colle, ponte che oggi porta a piazza San Lorenzo.  Sembra dallo storico Scriattoli, che questo tratto di mura sia stato edificato nel 1148, mentre altri studiosi lo datano nel 1187, dopo gli accordi del 1148 tra il Comune di Farfa e Pianoscarano, quando Pianoscarano aveva poche abitazioni.  Forse la torre del Bacarozzo risale al 1118. Pinzi, scrive che la porta, posta presso la Torre del Bacarozzo, fu aperta nel secolo XI e la dice chiusa a cavallo tra il XII e XIII secolo. Ma c’è una sorta di confusione tra due porte diverse, una sul colle San Lorenzo, e l’altra nella zona di valle Faul e Pianoscarano. In quanto la porta di San Lorenzo si apriva sulla antica via Cassia  e poi da qui si arrivava al colle del Duomo. In uno statuto del 1251, alla porta San Lorenzo erano destinate le zone di San Tommaso, del Santissimo Salvatore (oggi piazza San Carluccio) e di Pianoscarano, sembra anche che nel 1457 si procedette al restauro della guardiola della Torre del Bacarozzo. E sempre nel 1457, sembra che venisse innalzato un muro sopra un’altra torre,  la torre dell’Amandola (della quale non ho notizie). E sempre nel 1457, sembra che fu innalzato un muro sopra la torre dell’Amandola. Dalle documentazioni dello storico Mauro Galeotti, riporto: sembra che nel 1473 i priori ordinarono che fossero eletti al Consiglio quaranta cittadini, dieci per ogni porta, essendo quattro quelle prese in considerazione, tra queste risulta anche Porta di san Lorenzo che comprendeva le Chiese della Trinità, di santa Maria della Ginestra, di santo Spirito a Faul, di san Clemente, di santo Stefano in Valle, di san Giovanni in Valle, di sant’Antonio in Valle, di santa Maria della Carbonara, di santa Lucia de Castro Erculis, di san Lorenzo, di santa Maria della Cella, di san Donato, di sant’Anna, di san Tommaso, di san Bernardino, di san Salvatore, di san Niccolò degli Scolari, di sant’Andrea, di santa Maria del Carmine, di santa Maria Maddalena, di santa Maria di Valverde, di santa Maria in Salci, di san Paolo verso la Strada Signorino, di san Valentino, di sant’Antonio in Valle e di santa Maria di Risiere. Nel tempo la porta San Lorenzo perse di importanza, in quanto era in un terreno impervio e attraversato dal torrente San Pietro, tanto che forse era munita di un ponte indispensabile per superare questo tratto di terreno. In questa zona c’erano molini, alimentati dalle acque provenienti dal fosso di San Pellegrino  (la piazza del Fosso, lo ricorda), che era una diramazione del torrente Teneri. Vicina alla scomparsa chiesa di Santa Maria della Palomba che era nei pressi di porta di Valle, a valle Faul,  si ricorda un torrione detto della Madonna (non ho trovato altre notizie). Si documenta che nel 1457 si procedette alla riparazione di un danno sotto il muro rotto della Torre del Bacarozzo. Qui vicino c’erano le proprietà della Famiglia dei Monaldeschi che ebbero ruoli di prestigio a Viterbo tra il XIII ed il XIV secolo. Questi avevano un orto, un casale, ed il luogo era indicato come Orto del Bacarozzo, detti beni erano nei pressi della ex Chiesa e parrocchia di Sant’Andrea. In un documento del 1615, si fa riferimento a due grotte nelle Bacarozze, ed è probabile che qui esistesse una torre risalente al XII secolo e che proprio in questa zona si aprisse la Porta San Lorenzo. Di questa porta ci sono dei resti.  Da Mauro Galeotti : nel 1569, i priori ed i conservatori, volendo provvedere al rifacimento delle mura presso la Torre del Bacarozzo che doveva essere puntellata, decisero di assumere due muratori, e nel 1583 si dette licenza ai frati della Palomba di aggiustare le mura e nel 1593, si stabilì di restaurare di nuovo le mura alla Palomba, i padri gesuiti, infatti lamentavano che dopo la pioggia, a causa dei detriti portati a valle dalla stessa, si erano ostruite le feritoie poste sulle mura da cui fuoriusciva l’acqua e che quest’ultima non trovando sfogo entrava nella chiesa. Nel 1601, viene riferito che il torrione delle Bacarozze era in uno stato pericolante e che il suo eventuale crollo avrebbe anche distrutto parte delle mura, ed allora si decise di concedere ad Antonio Spreca questa zona per farvi una colombaia, e di contro con l’obbligo di riparare la torre e le mura. Antonio Spreca ottenne l’utilizzo della Torre del Bacarozzo usandola come colombaia e si impegnò a restaurarla evitando così l’assai probabile crollo. Le notizie di un certo rilievo scarseggiano e si giunge al 1821, in merito al rifacimento delle mura castellane presso la Chiesa di santa Maria della Palomba; si discusse sul lavoro da fare al muro della Palomba, caduto in rovina a causa della demolizione di una torre pericolante.  Nel 1850 cadde una parte di mura in prossimità di un mulino ad olio situato presso la Valle di sant’Antonio, vicino alla torre posta a fianco della Chiesa santa Maria della Palomba. I lavori di restauro furono iniziati e terminarono in breve tempo anche per evitare il contrabbando.

Porta Fiorita, Pianoscarano, Viterbo, dava l’accesso al quartiere omonimo, la porta Fiorita, fu rinvenuta nel 1970, grazie a lavori di restauro e si trova in una rientranza delle mura, vicino a porta San Pietro, è una delle porte più antiche della città. Fu chiusa nel XV secolo, ed è stata restaurata e riaperta nel 1985. Con questa porta terminava la prima cinta di mura eretta nel 1095, l’aspetto è intatto anche se per accedere a questa porta occorre salire una scalinata, è stata riaperta come passaggio pedonale nel 1985 per raggiungere il quartiere di Pianoscarano, dopo secoli di chiusura dal 1490. Al suo posto fu aperta la porta San Pietro. L’arco che sovrasta la vicina via è quanto resta di un acquedotto medioevale per il rifornimento idrico di Pianoscarano, all’interno si può vedere un suo primo uso nella fontana cosi detta del Capone.

Porta del Carmine, Pianoscarano,Viterbo, è la porta principale di Pianoscarano, che un tempo collegava la zona alle campagne circostanti, il nome della porta deriva dalla vicina chiesa dedicata alla Madonna del Carmine, che un tempo sorgeva a ridosso della porta e dal convento dei Carmelitani Scalzi. La porta risale al XII secolo, è formata da sue archi sovrapposti,uno a sesto ribassato e l'altro a tutto sesto sorretto da due mensole. La porta è rimasta pressochè integra nella sua struttura originaria. Questa porta in antico si apriva su un ponte levatoio, che era prima di legno e poi in pietra, che attraversava il sottostante fosso, visibile ancora oggi (2021), ai lati dell'arco minore è visibile la sede della saracinesca che bloccava l'accesso alla porta in caso di pericolo. Con il passare del tempo le saracinesche vennero sostituite dalle porte, in genere presidiate per il controllo del passaggio delle persone e delle mercanzie, le ultime sottoposte da dazi. Prima della seconda Guerra mondiale, sulla parte esterna della porta vi era una meridiana, andata distrutta dai bombardamenti. L'arco presenta un bellissimo affresco, raffigurante la Madonna del Carmelo, attribuito erroneamente da alcuni storici e studiosi al Vignola.

Porta San Lorenzo, Pianoscarano, Viterbo, nelle vicinanze della porta del Carmine, c'era la Porta San Lorenzo, che consentiva l'accesso al colle del Duomo, sono visibili alcuni resti vicino ai ruderi della Torre detta del Bacarozzo.

Porta San Pietro o Salicicchia, via San Pietro,Viterbo, è una delle porte più antiche della città, risale al XII secolo,deriva il nome dalla Chiesa posta di fronte di San Pietro del Castagno, fondata nel 1240 dal Cardinale Raniero Capocci,  già chiamata porta Salicicchia forse come corruzione del termine silices cioè i selci con i quali era pavimentata la strada, o perché conduceva al non distante castello di Salce. Addossato alla porta troviamo il palazzo dell'Abate di San Martino, che deve il suo nome al fatto che appartenne ai monaci cistercensi di San Martino al Cimino e usato nei mesi invernali quando al convento, situato in montagna, faceva troppo freddo, il palazzo è divenuto poi nel ‘600 il palazzo di Donna Olimpia Maidalchini Pamphili.  Su questa porta campeggia lo stemma della città di Viterbo, il leone, questa porta è ben conservata e prende il nome dalla vicina chiesa di San Pietro del Castagno. La porta ed il palazzo hanno subito nei secoli vari adattamenti ed utilizzi, fino a diventare il palazzo un Brefotrofio fino alla seconda metà del secolo sorso. Nel 1200 il comune di Viterbo, dopo una sconfitta di Roma dovette cedere a quest’ultima la campana, la catena e la chiave di questa porta. Sotto l’arco si nota un affresco a tema religioso del XVII secolo. Di fronte alla porta sul muro del palazzo si nota la mostra di una antica fontana fatta costruire dal cardinale Francesco Todeschini Piccolomini, che divenne pontefice con il nome di papa Pio III e che regnò solo 26 giorni dal 22 settembre al 18 ottobre del 1503. Una modesta fontana a vasca rettangolare è all’esterno alla destra della porta di San Pietro. La porta è bassa e stretta e conserva la sua forma primitiva, è sovrastata da intatte merlature, dotate di feritoie per la difesa dagli attacchi nemici, sul lato esterno a via San Pietro si ammira il bassorilievo ch raffigura il Leone di Viterbo con la picca al posto della palma, simbolo di Ferento, assunta la palma dopo la distruzione di Ferento da parte dei viterbesi nel 1172. Nel XII secolo la porta venne più volte chiusa per impedire l'accesso agli invasori romani che volevano impadronirsi della città, e per via della peste. Nel 1630 venne murata. Nel 1714 su riaperta per volere dei frati di San Pietro del Castagno. Subito dopo la porta c'è la fontana voluta nel 1463 dal Cardinale Francesco Todeschini Piccolomini, divenuto Papa con il nome di Pio III. A sinistra c' un angelo con un cartiglio "Civitatem protege Tuam".

Chiesa San Pietro del Castagno, Viterbo, è tra piazza San Pietro, via Salicicchia, via Vetralla, si vede di fronte alla porta San Pietro. Un lunga scalinata da accesso alla chiesa, sembra da documenti non accertati, che questa chiesa sia stata costruita per volere del Cardinale Raniero Capocci ed affidata ai cistercensi, ma in realtà un documento del 1268 ci dice che in origine questa chiesa era destinata ai frati saccati, vestiti con un sacco, chiamati anche Fratelli della Penitenza di Gesù, il cui ordine aveva delle regole estremamente rigide.  Già nel 1283 i frati Saccati erano andati via da Vitebo e Papa Martino IV affidò il complesso ai Benedettini, che seguivano la regola di Cluny. Nel '400 il convento fu governato da commissari secolari, tra questi, Troiolo Gatti fece costruire nel giardino una fonte. Papa Alessandro VI con una bolla del 1498  assegnò il complesso ai Frati Gerolimini del Beato Pietro da Pisa e nel 1825 vi si stabilirono i Frati della Penitenza, soppressi da Papa Pio XI nel 1933. Nel XVI secolo la chiesa venne interamente rifatta con il sostegno del Cardinale Riario e tra il 1621 e il 1622 il Cardinale Scipione Cobelluzzi fece ricostruire la facciata e la attuale scalinata, togliendo quindi l'impronta romanica che aveva in origine questa chiesa. All'inizio del '900 vennero effettuati altri restauri voluti dal benedettino Luka Linke, il quale ne mantenne la struttura architettonica. Oggi la chiesa è retta dai Padri Giuseppini del Murialdo che qui hanno istituito la sede dello Studentato Internazionale Teologico. La facciata della chiesa è a due ordini e sormontata da fiamme in pietra, ha delle lesene in peperino ornate nella parte superiore da figure di angeli. Sopra il portale si ricorda l'unione con la Basilica di San Giovanni in Laterano di Roma, del 1618, al centro sopra il timpano, si apre una grande finestra ed in alto c'è lo stemma di Cobelluzzi, e sopra il portale di ingresso, nella lunetta è una testa d’angelo con le ali. Sulla grande mensola centrale c'è l’iscrizione commemorativa della dedica della chiesa, datata 1622: Ad honorem b. principis apostolorum a. D. MDCXXII. La fiancata sinistra, posta su Via Vetralla, è evidenziata da alcuni contrafforti. Vi sono, inoltre, le tracce delle mura antiche con finestroni del secolo XIII e resti di archi. L'interno, la pianta dell’edificio è rettangolare con l’abside quadrata, il soffitto è a volta, presenta 3 cappelle, ad arco con mostre in peperino collegate tra di loro  su ciascun lato da passaggi interni. Il soffitto è a volta, le cui vele sono affrescati da dipinti del XVIII secolo, raffiguranti gli evangelisti. Nella prima cappella vi è una pala d'altare del XVIII secolo nella quale è dipinta l'immagine della Madonna con San Giuseppe, Gesù Bambino, Santa Elisabetta, San Zaccaria, e San Giovanni Battista bambino. Affreschi sono presenti nella terza cappella che decorano la volta, mentre sulle pareti vi è una Crocefissione, la Vergine incoronata dalla Santissima Trinità, la Decollazione di San Giovanni Battista anche queste opere del XVIII secolo. Ci sono inoltre in questa cappella, sopra l'altare in peperino con colonnine e fregi dipinti degli angeli che circondano la Madonna delle Grazie e un affresco in cornice del XVI secolo. Nei transetti di destra, in due grandi pannelli c'è un altorilievo dove sono raffigurati San Benedetto a colloquio con Santa Scolastica, San Mauro, San Benedetto, San Placido, che risalgono al '900. Della fine del XVI secolo è un grande dipinto della crocefissione di San Pietro, che si trova in fondo al presbiterio. A sinistra della cappella centrale vi è una moderna Pala d'Altare di San Leonardo Murialdo con operai e studenti, dipinta da Franco Verri. Nell'ultima cappella c'è un altare del settecento. L'organo presente nella cantoria è opera di Angelo Morettini e risale al 1834. Nella Sacrestia è presente una Pala d'Altare con la Madonna e San Crispino vescovo del XVIII secolo..La cupola è a volta ribassata e sostiene un cupolino, nelle vele sono affrescati gli Evangelisti, opera del XVII secolo, e nella chiave dell’arco in peperino, sopra alla navata, c'è lo stemma di Viterbo che poggia su una mensola caratterizzata da un cherubino, il tutto in peperino. Il campanile è a vela a due fornici sovrapposti con due campane e due archetti più in basso. La chiesa ha una lunga ed ampia scalinata in peperino, protetta da parapetti, che presentano scolpiti gli stemmi del cardinale Cobelluzzi, sovrastati da grandi sfere, sempre in peperino.

Cupola e cupolino, Chiesa San Pietro del Castagno, Viterbo, cupola è a volta ribassata e sostiene un cupolino, nelle vele sono affrescati gli Evangelisti, opera del XVII secolo, e nella chiave dell’arco in peperino, sopra alla navata, c'è lo stemma di Viterbo che poggia su una mensola caratterizzata da un cherubino, il tutto in peperino

Campanile Chiesa S. Pietro del Castagno, Viterbo, è a vela a due fornici sovrapposti con due campane e due archetti più in basso.

Scalinata chiesa San Pietro del Castagno Viterbo, è in peperino protetta da paraptti che presentano scolpiti gli stemmi del Cardinale Corbelluzzi, sovrastati da grandi sfere in peperino.

San Pietro Apostolo, vita opere storia, a lui è dedicata a Viterbo la chiesa di San Pietro, detta del Castagno, che si trova di fronte alla Porta San Pietro, fuori le mura del centro storico.Simone detto Pietro  nacque a Betsaida, nel I secolo a.C. morì a  Roma, il 29 giugno 64 o 67 d.C., fu uno dei dodici apostoli di Gesù; la Chiesa cattolica lo considera il primo papa. Nato in Galilea, fu un pescatore ebreo di Cafarnao. Il suo nome originario era Simone, e fu Gesù a chiamarlo Pietro. Divenuto apostolo di Gesù dopo essere stato chiamato presso il lago di Galilea, fece parte di una cerchia ristretta, insieme a Giovanni e Giacomo, dei tre che assistettero alla resurrezione della figlia di Giairo, alla trasfigurazione nel monte Tabor e all'agonia di Gesù nell'orto degli ulivi. Tentò di difendere il Maestro dall'arresto, ferendo uno degli assalitori. Unico, insieme al cosiddetto discepolo prediletto, a seguire Gesù presso la casa del sommo sacerdote Caifa, fu costretto anch'egli alla fuga dopo aver rinnegato tre volte il Maestro, come questi aveva predetto. Prima della crocifissione e anche dopo la successiva resurrezione, Pietro venne nominato dallo stesso Gesù capo dei dodici apostoli e promotore dunque di quel movimento che sarebbe poi divenuto la prima Chiesa cristiana. Instancabile predicatore, fu il primo a battezzare un pagano, il centurione Cornelio. Entrò in disaccordo con Paolo di Tarso su alcune questioni riguardanti giudei e pagani, risolte comunque durante il primo concilio di Gerusalemme discutendo sulle tradizioni ebraiche come la circoncisione. Secondo la tradizione, divenne primo vescovo di Antiochia di Siria per circa 30 anni, dal 34 al 64 d.C., continuò la sua predicazione fino a Roma dove morì fra il 64 e il 67, durante le persecuzioni anticristiane ordinate dall'imperatore romano Nerone. A Roma Pietro e Paolo sono venerati insieme, come colonne fondanti della Chiesa; Pietro è considerato santo da tutte le confessioni cristiane, sebbene alcune neghino il primato petrino e altre il primato papale che ne consegue. A Cesarea di Filippo, Gesù interrogò i suoi apostoli su quel che gli uomini dicevano di lui. Vennero varie risposte. Alla fine il Maestro domandò loro: “Voi chi dite che io sia?”. Fu Simon Pietro che, primo tra i Dodici, disse: “Tu sei il figlio del Dio vivente!” E Gesù dice: “E io ti dico: tu sei Pietro". “A te darò le chiavi del Regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Il senso di questa immagine, nota alla Bibbia e all'Oriente del tempo, suggerisce l'incarico affidato a un unico personaggio di sorvegliare e amministrare la casa.Pietro è da Gesù nominato "Primo ministro" della sua Chiesa, della quale dovrà governare non solamente la massa dei fedeli, ma gli stessi funzionari. Il potere di legare e di sciogliere implica il perdono dei peccati, è questa una “grazia”, ha indicato il Pontefice Benedetto XVI “che toglie energia alle forze del caos e del male, ed è nel cuore del mistero e del ministero della Chiesa”, la quale “non è una comunità di perfetti, ma di peccatori che si debbono riconoscere bisognosi dell’amore di Dio e di essere purificati attraverso la Croce di Gesù Cristo”. Quando Pietro fu a Roma,  venne arrestato a seguito della persecuzione neroniana e secondo antiche tradizioni rinchiuso, con Paolo, all'interno del carcere Mamertino (su cui poi sorse la chiesa di San Pietro in Carcere) dove i due carcerieri, destinati a diventare i santi vedendo i miracoli operati dai due apostoli, chiesero il battesimo. Allora Pietro, con un segno di croce verso la Rupe Tarpea, riuscì a farne scaturire dell'acqua e con essa battezzò i due carcerieri che subito dopo aprirono loro le porte per invitarli alla fuga, venendo però scoperti e giustiziati. La leggenda non sembra però fondata. Fuggito dal carcere, Pietro si diresse verso la via Appia, ferito per la stretta delle catene. Nei pressi delle terme di Caracalla secondo la tradizione avrebbe perso la fascia che gli stringeva una gamba, oggi custodita nella chiesa dei Santi Nereo e Achilleo, detta appunto "in fasciola". Anche in questa versione ricorre l'episodio relativo all'incontro lungo la via Appia con il Maestro, che lo invitò a tornare a Roma per morirvi martire. Catturato nuovamente dai soldati dell'imperatore venne crocifisso, secondo la tradizione trasmessa da Girolamo, Tertulliano, Eusebio e Origene, a testa in giù per sua stessa richiesta fra il 64, anno dell'incendio di Roma e dell'inizio della persecuzione anti-cristiana di Nerone, e il 67, benché l'autenticità di tale evento sia ancora oggi fonte di grande dibattito fra gli studiosi della Bibbia. In mancanza di testimonianze documentarie certe sulla data della morte di Pietro, la tradizione l'ha fissata al 29 giugno. Si tratta, secondo alcuni studiosi, di uno dei più antichi esempi di trasposizione di una festa pagana in cristiana: in quel giorno infatti si celebrava la festa di Romolo e Remo che i cristiani trasformarono nella solennità dei due apostoli, quali fondatori di una "nuova Roma", quella cristiana appunto. Testimonianze apocrife individuano il luogo della crocifissione di Pietro nei pressi dell'obelisco del circo di Nerone (quello che anticamente si trovava all'esterno dell'attuale sagrestia della basilica e ora è situato al centro di piazza San Pietro). L'apostolo fu sepolto nelle vicinanze dell'obelisco, dove rimase fino al 258 quando, per mettere al sicuro le spoglie durante la persecuzione di Valeriano, fu trasferito nelle catacombe di San Sebastiano, insieme ai resti di Paolo. Un secolo più tardi papa Silvestro I ripristinò le antiche sepolture, e Pietro tornò in Vaticano, nel luogo in cui Costantino fece poi costruire la primitiva basilica.(riassunto da wikipedia)

Palazzo di Donna Olimpia, via San Pietro,Viterbo, in origine questo palazzo era noto come Palazzo dell'Abate, ed apparteneva ai frati Cistercensi di San Martino al Cimino,lo si ricorda anche come palazzo di Donna Olimpia, perchè nel 1654 fu donato a Donna Olimpia Maidalchini Pamphili dal Papa Innocenzo X Pamphlili, alla moglie di suo fratello.Donna Olimpia oltre a diventare proprietaria di questo palazzo acquisì anche la signoria di San Martino al Cimino, con l'investitura ed il titolo di Principessa. Donna Olimpia era nata a Viterbo nel 1594, da una famiglia numerosa, fuggì dal convento nel quale era stata messa, .Dopo la morte del primo marito il viterbese Paolo Nini, sposò in seconde nozze Panfilio Pamphili fratello di Papa Innocenzo X,dal quale ottenne numerosi benefici. La struttura del Palazzo risale al 1200, è merlata, con sovrapposizioni rinascimentali volute dal Cardinale Francesco Piccolomini, divenuto Papa nel 1503 con il nome di Papa Pio III, e che fu anche commendatore dell'Abbazia di San Martino, il quale pose nelle lune gli stemmi di famiglia, le finestre sono riquadrate con mensole e cornici. L'originario fabbricato è affiancato da una costruzione ottocentesca, che fu la sede di un Befotrofio, che su progetto dell'architetto viterbese Enrico Calandrelli , nel 1899, ricreò porte e finestre secondo l'originario modello, che si aprono tra la porta e il suo antemurale.

Vie nel quartiere di Pianoscarano Viterbo centro storico

Vie del quartiere di Pianoscarano, Viterbo centro storico: Via Aperta ,Via Capone, Via dei Giardini, Via del Carmine,Via del Ponticello,Via della Fontana, Via della Polveriera, Via della Salita ,Via delle Caprarecce, Via dei Vecchi,Via di Paradosso, Via di Pianoscarano, Via di Porta Fiorita, Via San Pellegrino, Via San Carlo,Via Sant'Andrea, Via Scotolatori,Via Torrente Mola, Via Traversa Sant'Andrea.

Piazze nel quartiere di Pianoscarano Viterbo centro storico

Piazze nel quartiere di Pianoscarano, Piazza Fontana di Piano, Piazza S. Andrea, Largo Scotolatori, Largo Esposti.

Mappa quartiere Pianoscarano Viterbo centro storico informazioni e foto

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Mappa quartiere Pianoscarano e dintorni Viterbo centro storico informazioni e foto a cura Anna Zelli

Da vedere a Pianoscarano Viterbo informazioni e fotografie

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Porta del Carmine  Porta Fiorita
porta san lorenzo o del bacarozzo murata viterbo centro storico porta sa pietro via san pietro viterbo centro storico info e foto anna zelli

Porta San Lorenzo o del Bacarozzo

Porta San Pietro

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Chiesa S. Andrea Ex Chiesa San Carlo
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Campanile Chiesa Sant'Andrea Campanile ex Chiesa San Carlo
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Chiesa San Pietro del Castagno Palazzo Donna Olimpia
torre del bacarozzo viterbo tra pianoscarano e valle faul info annazelli via san pietro viterbo informazioni e foto anna zelli
Torre del Bacarozzo

Via San Pietro

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Ponte Paradosso Giardino del Paradosso
frantoio del paradosso e museo dal ponte del paradosso quartiere di pianoscarano viterbo centro storico info e foto anna zelli fontana del piano a pianoscarano viterbo centro info e foto anna zelli
Frantoio del Paradosso e museo, dal Ponte Paradosso, Fontana del Piano - Pianoscarano
stemmi lapidi pinoscarano viterbo centro storico info foto anna zelli fontane lavatoi fontanelle nasoni quartiere pianoscarano viterbo centro info e foto anna zelli
Stemmi lapidi Pianoscarano Fontane Lavatoi Nasoni - Pianoscarano
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Archi Pianoscarano Scalinate a Pianoscarano
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Profferli case Ponte Pianoscarano Edicole sacre Madonnelle a Pianoscarano
sant'andrea apostolo vita opere storia a lui è dedicata la chiesa di sant'andrea a pianoscarano san pietro aposto vita opere storia a lui è dedicata la chiesa di san pietro del cstagno a viterbo

San'Andrea Apostolo vita opere storia

San Pietro Apostolo

Vie a Pianoscarano Viterbo centro

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via di Pianoscarano via Aperta via Traversa Sant'Andrea
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via delle Caprarecce via della Polveriera via della Fontana
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via Capone via della Fontana via di Paradosso 
via del carmine pianoscarano viterbo centro info e foto anna zelli via di porta fiorita viterbo centro pianoscarano info e foto anna zelli via dei giardini viterbo centro pianoscarano info e foto anna zelli
via del Carmine  via di Porta Fiorita via dei Giardini
via sant'andrea viterbo centro pianoscarano info e foto anna zelli via scotolatori piano scarano viterbo centro storicoinfo e foto anna zelli via torrente mola pianoscarano viterbo centro storico
via Sant'Andrea via Scotolatori via Torrente Mola
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via del Ponticello piazze di Pianoscarano Guida Turistica Viterbo centro storico

Via delle Piaggiarelle - Via San Pellegrino

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Via delle Piaggiarelle (immette a Pianoscarano) Via San Pellegrino (quartiere medioevale Viterbo)

Piazze a Pianoscarano Viterbo

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piazza Fontana di Piano Largo Scotolatori
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Piazze a Pianoscarano Viterbo centro - Vie a Pianoscarano Viterbo centro

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